Stiamo attraversando una Grande Metamorfosi che tiene insieme la questione ambientale, l’esplosione delle diseguaglianze, l’impatto della deregulation, la mondializzazione omologante e, soprattutto, il desiderio di tornare alle vecchie protezioni degli Stati nazionali con la conseguente esplosione del populismo

di Maurizio Carta

Stiamo attraversando una Grande Metamorfosi che tiene insieme la questione ambientale, l’esplosione delle diseguaglianze, l’impatto della deregulation, la mondializzazione omologante e, soprattutto, il desiderio di tornare alle vecchie protezioni degli Stati nazionali con la conseguente esplosione del populismo. Siamo alla fase apicale di una crisi pandemica iniziata negli anni Sessanta, che trova nel Mediterraneo uno degli epicentri, ma anche il suo migliore laboratorio degli antidoti. Il Mediterraneo deve tornare quella “fabbrica di civilizzazione” definita nel 1945 da Paul Valéry: un mare su cui si confrontano e fecondano diversi modelli di società, generando esperimenti ricorsivi di democrazia.

Oggi la catena di montaggio della democrazia si è inceppata, generando prodotti imperfetti. Come affermato dall’Università di Palermo nell’Appello all’Europa della Conoscenza a conclusione del convegno sulle migrazioni, il Mediterraneo deve tornare a essere produttore di cosmopolitismo, materna placenta in cui le differenze non siano solo valori da difendere, ma risorse da mettere in gioco, nuovi apporti per fortificare il patrimonio culturale delle comunità. Una rinnovata cultura mediterranea che contrasti sia il “comunitarismo integralista”, sia i “relativismi pigri”, inerti e indifferenti”, come li stigmatizza François Jullien.

La questione non è solo salvare le persone in mare e farle scendere dalle navi (e oggi questo è messo in discussione), per poi dimenticarle o, peggio, detenerle in ghetti. La sfida è coltivare la coesistenza sociale e spaziale, culturale ed economica, in un comune progetto di vita. Se non impariamo al più presto a capire l’Africa, il Mediterraneo e l’Europa del XXI secolo, la loro ignoranza si trasformerà in paura, la paura in chiusura e la chiusura in decadenza.

Nella battaglia tra sterili sovranismi e feconde aperture, tra porti chiusi e confini porosi, sono le città che stanno combattendo sul fronte, rivendicando il diritto di essere contemporaneamente mondo e luogo, cioè cosmopolis. Città che si fanno manifesto di resistenza a una cultura della paura rivendicando una fertile pluralità, la creativa ibridazione di culture, la permeabilità dei loro spazi di coesistenza. Città che ripensano gli spazi come paesaggi dell’accoglienza e della convivenza.

Progettare città cosmopolite è quindi occasione per discutere e realizzare un modello di futuro che includa la memoria degli attraversamenti e delle ibridazioni, che coinvolga l’abitare e l’incontrarsi, il produrre e il creare, i centri storici e le periferie. Sono i nuovi diritti alla città che riattiveranno la fabbrica di civilizzazione.