Fu un vero e proprio focu granni, quello che avvenne nel luglio del ‘43 in Sicilia. Con lo sbarco alleato sul “sacro suolo della Patria”, il regime fascista già pericolante tentò di minimizzarne la portata, sperando di far ancora leva su un’opinione pubblica logorata da anni di bombardamenti

di Salvatore Savoia

Fu un vero e proprio focu granni, quello che avvenne nel luglio del ‘43 in Sicilia. Con lo sbarco alleato sul “sacro suolo della Patria”, il regime fascista già pericolante tentò di minimizzarne la portata, sperando di far ancora leva su un’opinione pubblica logorata da anni di bombardamenti. Nella primavera precedente, Palermo era stata colpita da pesanti raid aerei, così come Messina, non del tutto ricostruita dopo il terremoto del 1908, bersagliata da durissime incursioni delle fortezze volanti inglesi e americane.

Anzi, proprio a Messina si sperimentarono quelle bombe incendiarie che sarebbero state utilizzate in Germania, allo scopo di incidere sul morale dei cittadini. Probabilmente a ciò si deve il progressivo crollo di una lunga adesione al fascismo. Gli Alleati avevano profuso nell’operazione Husky – nome in codice della campagna di Sicilia – 2775 navi da guerra e da trasporto, 1124 mezzi da sbarco, 4000 aerei, 14000 veicoli, 600 carri armati, 1.800 cannoni e una quantità immensa di munizioni, armi e vettovaglie, con oltre 400 mila uomini coinvolti. Numeri fuori da ogni confronto. Le forze italiane impegnate in Sicilia erano numerose ma inferiori soprattutto in termini di strutture e di armamenti. Inadeguate le fortificazioni, i mezzi logistici, insufficiente la protezione antiaerea. La superiorità degli Alleati era dunque schiacciante.

E lo si capì presto. Il 9 luglio fu avvistata all’orizzonte la grande armata alleata: una scena non troppo dissimile da quella che abbiamo imparato a vedere nei film sullo sbarco in Normandia, mentre in serata centinaia di aerei e alianti facevano piombare sulla Sicilia divisioni di paracadutisti inglesi e americani. Poche ore dopo, lo sbarco. “Chi vide approdare la grande armata – osservò lo storico Salvatore Lupo – ebbe l’impressione visiva, spaventosa e affascinante, di una forza irresistibile. Lo sbarco segnò la svolta nella guerra e quindi nella storia mondiale”. 

Le giornate seguenti videro non pochi atti di reazione militare anche eroica, ma lo stato di prostrazione generale della popolazione fu tale che l’abbraccio ai liberators esprimeva la voglia di chiudere con un’epoca disperata. In tanti si trovarono ad applaudire gli occupanti, con le loro sigarette e le tavolette di cioccolato lanciate dalle jeep. Sono le immagini raccontate da Rossellini nel suo Paisà, con gli americani che qualcuno scambiò per tedeschi e la ragazza siciliana che muore in una tragedia più grande di lei. Fu, quello, il mondo delle scene infernali che Malaparte raccontò nel suo romanzo La pelle. La guerra come catastrofe definitiva. Ma già il 22 luglio, ancora prima del fatidico 25, il celebre generale Patton, entrando a Palermo, scrisse: “Il porto non è molto danneggiato, ma le distruzioni sulla fascia costiera sono davvero spaventose. Per circa due isolati di profondità, ogni casa è praticamente un mucchio di rovine”.

Nel 1940 Palermo, con oltre quattrocentomila abitanti, era una città tutto sommato vivace, non le mancavano strutture produttive e commerciali, aveva un grande porto e un cantiere navale attivo, una piccola industria aeronautica, la Caproni-Ducrot, un buon aeroporto militare, un idroscalo, una discreta rete di tram e filobus e una serie di servizi accettabili. Malgrado l’isolamento, la città – da tempo riposte le antiche velleità di capitale del gran mondo – sembrava reggere, con la sua economia fondata sul terziario e su un’agricoltura di tipo arcaico, ancora legata al feudo. La guerra passò su tutto ciò come un cataclisma biblico.

Qualcuno aveva cercato rifugio nei borghi di campagna, chi aveva un esercizio pubblico aveva ridotto al minimo ogni attività per mancanza di rifornimenti, mentre la legge del “si salvi chi può” costringeva borghesi affamati a cercare nelle campagne viveri e protezione. Nel luglio del ‘43, con una serie di editti, il generale Alexander – a nome del Comandante supremo alleato Eisenhower – assumeva i poteri di governatore della Sicilia occupata. Con i successivi proclami si elencavano pene severissime in materia di ordine pubblico e si introducevano le “AM-Lire”, una moneta d’occupazione stampata negli Stati Uniti in tagli da una a mille lire, mentre i patrimoni riconducibili a esponenti del Partito Fascista venivano requisiti. Il tutto con modalità che non si rivelarono sempre chiare e in un clima nel quale non mancarono iniquità.

Nel luglio del 1943 quindi la guerra si concludeva in Sicilia, quasi due anni prima che nel resto del Paese. Tracce di quella lunga estate rimasero a lungo visibili sulle nostre città: ancora fino agli Anni ‘50 nelle scuole di Palermo truci cartelli avvertivano i bambini del rischio di imbattersi in bombe o mine inesplose, mentre ruderi di case bombardate e muri eretti a protezione di palazzi cadenti costituirono il fondale della vita di tutti per decenni. Negli occhi e nei racconti dei protagonisti, fra i pochi ancora in vita, solo storie di borsa nera, di fame, di farina fatta con le carrube, di “segnorine” disponibili e di tragedie indimenticabili. Con poca voglia di parlarne ai nipoti, come di un dolore troppo forte, che si pregava fosse loro risparmiato in avvenire.