Quotidianamente ci affanniamo a stilare classifiche a proposito dei nostri consumi più banali, scandagliamo la rete alla ricerca della migliore offerta, comportandoci come consumatori ossessionati dalla perfezione

di Francesco Mangiapane

Quali sono i migliori panini con la milza di Palermo? E le migliori arancine? I cannoli perfetti, dove? Quotidianamente ci affanniamo a stilare classifiche a proposito dei nostri consumi più banali, scandagliamo la rete alla ricerca della migliore offerta, comportandoci come consumatori ossessionati dalla perfezione.

Non ricordiamo più un mondo diverso, in cui la sola opportunità di dotarsi di cibo era quella offerta dai negozi disponibili nelle vicinanze. Un mondo senza sale dell’Himalaya, farina di kamut e pane alla curcuma, in cui il latte era ancora un bene indivisibile, ma anche un mondo senza classifiche, in cui per mangiare un buon panino con la milza bastava andare in friggitoria, per addentare un’arancina fare pochi passi fino alla rosticceria più vicina, per munirsi del cannolo d’ordinanza rivolgersi alla pasticceria sotto casa. 

Cosa è cambiato nel frattempo? La risposta appare scontata: la rete ha moltiplicato a dismisura le possibilità di accedere all’universo del consumo, non soltanto per il fatto di averlo liberato da ogni vincolo spazio-temporale ma anche e soprattutto per il fatto di essersi offerta come piattaforma di discussione intorno alle nostre decisioni d’acquisto.

Tantissime merci dapprima inaccessibili se non addirittura sconosciute sono diventate, come si dice, a portata di click, chiedendoci di essere organizzate in un qualche ordine, selezionate, criticate, prima di essere consumate. Una grande conversazione virtuale che ci ha reso consumatori diversi, orientati alla massimizzazione, consumatori che non si accontentano di ciò che è a portata di mano ma che fanno di ogni momento di consumo un feticcio identitario, un’occasione per mettersi alla prova nella propria abilità di selezionare il meglio. 

Si capisce quanto ci voglia poco a che questa attitudine sfoci in una sorta di mania in cui non c’è prodotto, non c’è cibo, non c’è ingrediente che non venga prescelto dopo accurata selezione, frutto di ore di studio matto e disperatissimo fra blog culinari, magazine di settore e pagine facebook. Ma si capisce anche come i risultati di questo affannarsi possano sfociare nell’irrilevanza. I social, sostengono gli studiosi, in fin dei conti, non hanno fatto altro che trasformarci tutti in “appassionati di irrilevanza”. Un esempio? Inseguire a tutti i costi il migliore cannolo di Palermo, un dolce così semplice da preparare – cialda fritta nello strutto e ricotta – proprio nella sua patria, dove tutti i bar lo fanno decorosamente.