A Milano c’è una storica galleria che ha deciso di rinnovarsi confrontandosi con i contenuti e i protagonisti degli ultimi decenni. È stata fondata da Frediano Farsetti ed è conosciuta anche come casa d’aste…

di Daniela Bigi

A Milano c’è una storica galleria che ha deciso di rinnovarsi confrontandosi con i contenuti e i protagonisti degli ultimi decenni. È stata fondata da Frediano Farsetti ed è conosciuta anche come casa d’aste. Durante l’estate propone una collettiva che riunisce tre giovani artisti – Catherina Biocca, Giulio Delvé, Diego Miguel Mirabella – insieme a due fra i protagonisti italiani degli anni Novanta, Vedovamazzei e Cesare Viel. 

Iniziamo da qui recita il titolo, ed è evidentemente una dichiarazione programmatica. Si riferisce di certo all’avvio di un nuovo corso di attività, ma potrebbe anche riferirsi ai temi della mostra, come a dire, ragioniamo a partire da qui, ovvero, come scrive Lorenzo Bruni, dalla questione della trasmissione del sapere “in un’epoca in cui gli archivi digitali e portatili hanno reso facilmente accessibili le più svariate espressioni artistiche”. Non credo sbaglieremmo, però, se volessimo rintracciarvi una presa di posizione di natura politico-culturale, e allora quel da qui diventerebbe dall’Italia.

E a questo punto la faccenda diventerebbe più complessa. Basti pensare che la Biennale di Venezia, una delle prime biennali d’arte concepite dalla modernità, ancora oggi tra le più prestigiose kermesse mondiali, annovera soltanto due presenze italiane tra le decine e decine di artisti che popolano la mostra centrale, quella che tradizionalmente dà il senso alle singole edizioni. Uno specchio impietoso di una situazione che purtroppo l’Italia stessa ha contribuito a determinare, con le sue politiche miopi e la fragilità culturale dei suoi vertici istituzionali.

Ma veniamo a noi. In questa compagine chiamata a lavorare sul qui dell’opera e sul dialogo diretto con lo spettatore, troviamo il siciliano Diego Miguel Mirabella. È nato a Enna, ha vissuto a lungo a Roma, poi si è trasferito a Londra, ora risiede a Bruxelles. In Sicilia torna ormai sempre più spesso, richiamato probabilmente da quella stessa idea di Sud che lo ha portato più volte a frequentare il Marocco e a realizzarvi delle opere. Un bisogno di Mediterraneo che, depurato dalla retorica, verificato a differenti latitudini, diventa una stringente visione del mondo. In tasca, ogni volta, le pagine di Albert Camus, nella mente la sua suggestione meridiana: “Io sono siciliano – racconta in un’intervista – la tragicità solare mi appartiene e se lo so dire è grazie a Camus”. In Marocco, a Fès, Mirabella ha scoperto l’incanto verso il fare di maestranze esperte che da secoli ripetono gli stessi gesti, generando le medesime forme.

Il continuum musivo che caratterizza le città marocchine, le geometrie astratte, fisiche, quotidiane che lo sguardo trova ovunque, hanno reso rituale, ai suoi occhi, quella sapienza artigianale. Teatri per la luce, scenari per l’azione, azione dei colori, azione degli uomini. L’identità autoriale si trasforma, si amplia, declinandosi al plurale; l’artista diventa regista di un processo che condivide con altri, finalizzato alla creazione di un’immagine. “Come una pietra”, come un’unica superficie, essa coniuga i pattern delle zellige con delle parole, con degli stralci di pensieri che da oggetti correnti le trasformano in tasselli sensibili. Un fare antico accoglie perplesse annotazioni moderne, che cercavano proprio un foglio spesso, storicamente denso, per adagiarsi e trovare un po’ di quiete. 

Anche le pecore che ha dipinto e poi fotografato lo scorso anno nella campagna di Enna a loro modo compongono un mosaico, una scena struggente e divertita in cui un evento performativo, un paesaggio/teatro e un artista/regista trovano un equilibrio intermittente tra finzione e rivelazione.