La cultura alimentare è diventata una mitologia di massa e ha perso il suo valore etico, sociale e politico. Dobbiamo ritrovare il piacere di un sano e vero rapporto con il cibo

di Gianfranco Marrone

È da poco uscito – per l’editore Torri del Vento – il nuovo libro di Gianfranco Marrone, semiologo e collaboratore di Gattopardo. Ne anticipiamo un brano.

Diciamoci la verità: siamo nel tempo della post-gastromania. Il discorso sulla cucina, rifreddo, è fuori moda. I segnali sono parecchi, e tutti di maniera. Quando una tendenza, vincendo, s’impone, è già pronta per discendere la scala sociale, spargendosi nei ceti meno abbienti, spopolando nelle province low cost, invadendo i meandri della cultura più pop. Così, i tinelli piccolo borghesi si riempiono di ricettari etnici, non c’è massaia che non curi l’impiattamento del polpettone di seitan, i supermercati di quartiere traboccano di biologico, si agitano calici di rosso d’annata nei bar della piazza di paese, televisioni locali zoomano nottetempo su dettagli di pietanze raffinatissime, cupi dietologi prescrivono alimenti rigorosamente “senza”, stracchi turisti si inerpicano per itinerari eno-gastronomici messi su da ogni comune sotto i cento abitanti.

L’ubriacatura “gastrosofica” ha ceduto il passo agli immancabili postumi, con inevitabili mal di testa e annesse lacrime di coccodrillo. A farne le spese, coi nostri stomaci, è manco a dirlo il cibo, appena uscito dalla glaciazione moderna e subito ricacciato in una mitologia di massa che, glorificandolo a più non posso, ne trascura quella che vorremmo chiamare la sua verità. Ossia, molto semplicemente, il suo valore politico.

Proviamo a tracciare una piccola mappa di quel che è avvenuto.

La gastromania avrà pure avuto i suoi difetti di comunicazione, ma ha comunque dato uno scossone, che vorremo ritorni con maggiore energia, alla cosiddetta glaciazione del gusto che la società dei consumi di massa, e l’industria alimentare con essa, avevano imposto al mondo intero. Al cibo tutto uguale, puro carburante per un corpo-macchina dedito all’efficientismo in servizio permanente effettivo, ha sostituito un’alimentazione che è euforia, convivialità, differenza, memoria, cura di sé, piacere sensoriale, gestione quotidiana dei saperi muti della corporeità. 

Delle nonne, occorrerà per un po’ farne a meno. Con tutto ciò che si sono trovate del tutto involontariamente a significare. Circolano su Youtube centinaia di video strazianti di ultraottuagenarie con mani tremebonde che tirano improbabili paste sfoglie dinanzi ad accigliati nipotoni con smagliante telecamera in spalla. Illudendosi di eternare le straordinarie capacità culinarie delle loro congiunte in via di estinzione, le trattano da puri fenomeni da baraccone. Queste povere vecchine le troviamo nelle autobiografie on line degli chef stellati, nei romanzi di formazione dei vignaioli, nelle ricette delle crostate di tutti i blogger, nei depliant turistici delle località più impervie. Insomma: nelle innumerevoli manifestazioni di quell’immaginario diffuso che pensa la tipicità come passato aureo e intoccabile da glorificare piuttosto che come modello regolativo per creazioni future. 

Non ci si stancherà mai di ripetere che la tradizione è invenzione riuscita, e che non c’è pietanza tipica, come gli storici ci hanno insegnato, che non sia stata frutto di ibridazioni e di traduzioni, di mescolanze e di fatalità. I talebani del chilometro zero lotteranno pure contro una globalizzazione – che, dal canto suo, s’è fatta molto più furba (basta sfogliare gli attuali menu dei principali fast food) – ma divengono presto i più stenui difensori di un etnocentrismo deteriore che, possiamo giurarlo, alle loro care antenate non sarebbe affatto piaciuto. E che dire del naturale, del biologico, dell’ecologico, dell’organico comunque lo si voglia chiamare? Anche qui, sappiamo bene da dove è venuto fuori questo metabrand che, tenendo alti i prezzi, rassicura milioni di consumatori in cerca di qualsivoglia morale o di mamme ansiose per le cicliche colichette dei loro pargoli. Di contro all’artificialità diffusa di cibo surgelato e inscatolato, dei precotti industriali e dei tv dinner da preparare in venti soli secondi al microonde, la rivendicazione di un po’ di genuinità era più che opportuna. 

Ma dovremmo tener presente a che cosa tutto questo ci ha portato: a una serie di marche in più – concorrenti con quelle industriali forse in un primo tempo ma, non foss’altro che per probabilità statistica, industriali anch’esse – con in più la spocchia di parlare in nome di una natura supposta vera ed eterna, giusta e pulita per definizione; una natura imperiosa e insieme evanescente, da cartone disneyano, che nemmeno Superquark si sentirebbe di difendere senza possibilità di appello. La retorica del biologico, sacrosanta per alcuni aspetti, mal nasconde un’ideologia regressiva: il naturalismo scientista. Come sanno gli ambientalisti seri, pensare alla natura che vogliamo è pensare alla società che vogliamo: inevitabilmente.

Altro tema delicato: la salute, la dieta, l’attenzione ai cibi sani e nutrienti. Trovo irritante ridurre la questione dell’alimentazione a un problema medico o se si vuole fisiologico. Certo, ci sono cose – al supermercato, nei bar, nei distributori automatici di scuole e uffici e stazioni e autogrill – che fanno male, e sono tantissime: ingrassano e provocano disturbi e malattie d’ogni sorta. Non dovremmo mai dimenticarcene, e un po’ d’attenzione è necessaria. Ma la gastronomia vera e propria comincia quando tutto ciò è noto, considerato, aggirato e, magari, dimenticato. La dietetica, dicevano gli antichi greci, non è una parte della medicina ma la medicina dei cittadini in buona salute, che hanno per loro fortuna altro a cui pensare: s’occupano di politica, di etica, di estetica, sapendo amministrare la relazione non sempre semplice fra i piaceri del corpo (ivi compresa la sessualità) con le esigenze della collettività. La dietetica non elimina ma organizza, non vieta ma regola, non predispone alla rinuncia ma disciplina le possibilità. 

Così, dinnanzi a quelli che pensano ai regimi alimentari come a una pura questione di salute, dovremo domandarci se non stiano replicando lo strisciante efficientismo, il biopotere direbbe qualcuno, di cui si diceva prima. Star bene in salute, per quale ragione? Che ne è, piuttosto, del piacere? Vogliamo vivere da malati per morire sani? No grazie.