Straordinario fotografo di paesaggi, Sandro Scalia racconta, attraverso le immagini bellissime dei giardini di Palermo, un’inquieta riflessione sulla reale condizione, e fragilità, della città

testi Gabriele Micciché
foto Sandro Scalia

C’è un aspetto della fotografia che è spesso trattato senza la considerazione che merita: è la fotografia paesaggistica. Che vuol dire anche fotografia di architettura, di “paesaggio urbano”, di beni culturali in senso lato. Accanto a maestri della fotografia che oggi potremmo definire “antropologica” (Enzo Sellerio e Ferdinando Scianna), di reportage e cronaca (Letizia Battaglia e Franco Zecchin), la Sicilia annovera anche un maestro nell’ambito della fotografia del paesaggio vera e propria: Sandro Scalia. Attualmente è coinvolto in due importanti progetti: sta curando un volume sulle periferie di Palermo, in uscita per l’autunno, ed è al lavoro sulle foto delle Città del Principe, una mostra annunciata per la fine dell’estate a Palazzo Butera.

Nato a Ragusa nel 1959, Scalia ha avuto una formazione esemplare per la disciplina che ha interpretato. Comincia studiando fotografia alla scuola Bauer di Milano (l’ex leggendaria Umanitaria che ha formato il fior fiore della grafica milanese, e italiana, del dopoguerra), e conclude la sua formazione all’Accademia d’Arte di Palermo e Catania. I suoi primi passi professionali li fa a Milano dove entra nel giro della galleria “Il Diaframma” diretta da Lanfranco Colombo. Siamo alla metà degli anni Ottanta. Partecipa alle prime edizioni di “TorinoFotografia” nel 1987 e 1989. Nel 1990 il suo definitivo trasferimento a Palermo dove, dal 1997, è docente di Fotografia dell’Accademia di Belle Arti. L’interesse per la fotografia di paesaggio emerge fin dall’inizio e fin dalle prime mostre, entrando in quel gruppo di artisti cui si deve quella mappatura dei beni culturali italiani che il Ministero ha avviato e mai concluso negli anni Ottanta. Parlo, tra gli altri, di Gabriele Basilico, Mimmo Jodice, Luigi Ghirri, Vincenzo Castella.

Da sempre l’occhio di Scalia, che è un fotografo notissimo soprattutto per le sue immagini di monumenti, delle città, dei suoi porti, delle sue spesso tragiche periferie, dei suoi ruderi postindustriali, ha avuto anche un particolare riguardo per la ricerca sui giardini. “Il mio primo libro sui giardini l’ho fatto con l’architetto e paesaggista Gianni Pirrone nel 1994, dal titolo L’isola del sole”. Poi sono seguiti lavori su Villa Malfitano, Monte Pellegrino, un libro sul paesaggio siciliano curato da Diego Mormorio, fino al recente Paesaggi delle Madonieche è diventata, nel 2018, una mostra esposta a Petralia Sottana e al Museo del Castello di Castelbuono.

Fondamentale è stato il lavoro commissionato dalla Film Commission Sicilia nel 2009 che è scaturito nel volume Location Guide Sicilia, una mappatura di 170 siti dell’isola, una guida a location adatte ai film. Nel 2015 il lavoro per la Guida ai Giardini Pubblici di Palermo voluta da Rosanna Pirajno e Arturo Flaibani (al progetto ha partecipato anche la fotografa Turiana Ferrara), finanziato dalla Fondazione Salvare Palermo. “Spesso le istituzioni sembrano ignorare il valore e l’importanza di queste ricerche – afferma Scalia. – Affrontare seriamente, e con un approccio scientifico, un tema come quello che mi ha sollecitato Rosanna Pirajno vuol dire creare un data base della nostra realtà artistica e sociale. Al di là del valore intrinseco del lavoro del fotografo c’è la testimonianza dello stato dell’arte nelle città”.

L’ormai quarantennale lavoro svolto da Sandro Scalia a Palermo – “e in Sicilia” tiene a sottolineare l’artista – ne fa una sorta di biografo della nostra storia recente. E ne viene fuori una biografia che negli ultimi trent’anni ha subito delle clamorose trasformazioni. Nel bene, rappresentato dalla riqualificazione importante dei centri storici, del recupero di luoghi dimenticati o abbandonati. Nel male. L’obiettivo di Scalia non fa sconti nel testimoniare, senza anestesia, il degrado, l’abbandono, il vero sfacelo in cui versano ancora tanti luoghi dell’Isola.

Ma il suo è, come per i migliori artisti, un lavoro di denuncia, di ammonimento, “politico”, che rimane di sottofondo a una ricerca estetica di straordinario profilo. Anche nelle foto di giardini la malinconia, il rispettoso sconcerto per una realtà spesso indecifrabile – che è una delle cifre stilistiche più notevoli della poetica dell’artista – aleggia in immagini che a una prima e superficiale visione sembrano volere esprimere soltanto la bellezza dei soggetti fotografati. Anche negli scatti dei più bei giardini della città rimane nel sottofondo un’inquieta riflessione sulla reale situazione della nostra città.

Questa malinconia si manifesta esplicitamente nelle foto del Parco dei Borboni, lo splendido spazio di Boccadifalco non ancora trasformato in parco fruibile alla città, ma è più sottile il disagio che suscita un’immagine scattata a Villa Trabia, uno degli spazi meglio tenuti tra quelli verdi della città. La “cifra Scalia” si riconosce nello sfondo dove una piccola macchia di azzurro è oppressa da un minaccioso cielo grigio. Ma ancora di più l’immagine si fa surrealista, magrittiana, quando a una più attenta analisi si intravede, tra i magnifici alberi, e magnificamente illuminati dal sole  incerto, il tronco segato di una palma. Che ci ammonisce della preziosa fragilità di questa bellezza.