La passeggiata della Marina tante volte ha cambiato nome (Strada Colonna, Foro Borbonico, Foro Italico, Foro Umberto I) e assetto che adesso non è più nemmeno tale…

di Giuseppe Barbera

La passeggiata della Marina tante volte ha cambiato nome (Strada Colonna, Foro Borbonico, Foro Italico, Foro Umberto I) e assetto che adesso non è più nemmeno tale. Il mare è tenuto lontano dalle macerie della guerra, da un’incongrua area fitness e da “un grande prato verde dove corrono ragazzi” di tutti i meravigliosi colori del mondo.  Così Ferruccio lo aveva raccontato in un manifesto, riprendendo una canzone di Gianni Morandi quando fu inaugurato nel 2000. Il percorso lungo le mura, scrive Patrick Brydone nel 1770, era “una passeggiata deliziosa e nessuno deve portarsi un lume. I candelabri vengono spenti a Porta Felice”. Era frequentata dai mariti e le mogli partecipavano segretamente mascherate perché “unica indiscreta è la luna, che a volte viene a disturbare la passeggiata con la sua casta luce”. 

Nel 1820 la Guida Istruttiva di Gaspare Palermo ribadisce che una “gran quantità di carrozze e di gente di ogni condizione vi concorre per lo passeggio, e principalmente d’estate sia di giorno che di notte”. E siccome per l’estate risulta necessaria la protezione degli alberi, nel 1817 ne vengono piantati “rasente le mura da una parte e l’altra per divenire una ombrosa e amena passeggiata”. Di quell’impianto originario rimangono forse (servirebbe un’indagine dendrocronologica a stabilirne l’età) alcuni austeri lecci, mentre ciò che era una delle più celebrate passeggiate europee è divenuta un ordinario luogo di disordine urbanistico dove malamente sopravvive quella che fu una meravigliosa alberata di Erythrina caffra: il nome botanico illustra la magnificenza dei suoi fiori: eritrina viene da un termine greco che significa rosso, caffra dall’arabo kafir cioè sorprendente, incredibile. 

L’albero è arrivato in Italia nel 1803. Confusa tra specie simili e sinonimie, fu inizialmente descritta da Agostino Todaro come E. viarum. Al vecchio direttore dell’Orto Botanico sembrò ovvio promuovere al rango di alberatura per passeggiate europee un albero che proveniva dai boschi che crescono lungo le rive dei fiumi sudafricani. Ma si sbagliava: la rapidità di crescita, il legno spugnoso e fragile lo rendeva invece idoneo a parchi e giardini, dove fosse libero di crescere con maggiore sicurezza e senza il ricorso a potature cui era particolarmente sensibile. 

Lungo la Marina le eritrine furono piantate nei primi decenni dell’Ottocento (insieme ai lecci?) e sorprendevano i viaggiatori attenti all’esotismo della vegetazione palermitana: Eliseo Reclus nel 1865 scrive: “Gli alberi del corallo, che coi loro fiori rosseggianti abbelliscono la Marina, hanno i tronchi orribilmente tortuosi ed i rami contorti”.  

La passeggiata dovrebbe essere oggi rinnovata (progettata prima ancora!), le ceppaie marcescenti eliminate e nuovi alberi piantati. Sicuramente ancora eritrine per non rinunziare alle loro fioriture di primavera. E, ancora più sicuramente, affidati a cure di bravi giardinieri e potatori che non abbiano paura (e perciò, come oggi avviene, tagliano senza pietà) della fragilità di alberi che vanno curati con sapienza e attenzione. Infine, un ricordo a Stefano Canepa, giovane ricercatore di Alessandria che venne, da volontario, a organizzare il Festival della Scienza e, una notte tempestosa del 2009, fu ucciso dallo schianto di un’eritrina abbandonata a se stessa.