Tutti i comuni possono applicarla, ma il rischio è che sia mal utilizzata: sono chiamati a compiti di management strategico per i quali, forse, non hanno le competenze. E questo è il vero problema

di Antonio Purpura

Dal 2011 tutti i Comuni italiani di interesse turistico possono applicare un’imposta per ogni pernottamento nelle loro strutture ricettive. La norma (decreto legislativo del 14 marzo 2011, numero 23) fissa pochi paletti – il range degli importi unitari (0,50-5,00 euro), i criteri generali – e lascia ai Comuni le decisioni in merito all’applicazione, o meno, dell’imposta, alle strutture ricettive da assoggettare e all’utilizzazione del gettito.

Negli ultimi anni quest’ultimo è rapidamente cresciuto (nel 2018 ha raggiunto i cinquecento milioni), e si stima ancora in crescita, anche grazie all’estensione del prelievo alle piattaforme di home tourism (Airnb, Booking, eccetera) e ai portali di home sharing. Mentre la distribuzione territoriale del gettito replica i consueti squilibri regionali – Lazio, Veneto, Lombardia e Toscana ne generano il 67 per cento, la Sicilia appena il 3,1 – le questioni sulla sua utilizzazione accomunano tutte le regioni. 

Si tratta, infatti, di una “imposta di scopo”, il cui gettito dovrebbe finanziare soltanto interventi legati al turismo. Data la complessità dell’offerta turistica, questo comporta un complesso esercizio di composizione di interessi diversi. Da un lato vi sono quanti, albergatori in testa, ritengono che l’imposta debba finanziare soltanto iniziative con verificabili impatti sulla qualità del soggiorno dei turisti; dall’altro lato vi sono coloro per i quali tale qualità dipende da fattori generali che meritano pari attenzione, anche se i loro effetti sono indiretti; e in questa linea si potrebbero ritenere plausibili, se del caso, anche interventi a beneficio prevalente dei residenti al fine di motivarli verso comportamenti friendly (o meno unfriendly) nei confronti dei turisti. 

In realtà, è tutt’altro che remoto il rischio di una deriva che porti a finanziare interventi che rientrano nella gestione ordinaria dei Comuni, realizzando così pericolosi “effetti sostituzione” estranei alla ratio della norma. Fino all’ipotesi estrema, ma non irrealistica, della copertura di “buchi di bilancio” originati.  La composizione degli interessi in gioco può scaturire soltanto da una visione strategica di lungo periodo della destinazione, condivisa da tutti gli stakeholder. I Comuni sono perciò chiamati a compiti di management strategico per i quali, forse, non possiedono le necessarie competenze. E questo è il vero problema.