Dare vita a una classe di politici in grado di capire, affrontare e governare gli effetti dei cambiamenti climatici, del potere dei sistemi ecomonico-finanaziari, della perdita del lavoro umano, sostituito dalle macchine. È l’obbiettivo della scuola di formazione Gibel fondata da Dario Nepoti. Da settembre in classe

di Antonio Schembri

Esiste oggi una classe politica capace di gestire gli effetti a lungo termine derivanti dalla sostituzione del lavoro umano da parte delle macchine? Di governare le ripercussioni dei cambiamenti climatici? E quelle dell’attuale sistema economico-finanziario? Se l’è chiesto un giovane e ambizioso palermitano “di ritorno”, Dario Nepoti, una vita trascorsa tra il Nord e il Sud dell’Italia, convinto che per affrontare le grandi sfide del presente bisogna partire da alcune parole chiave, forse oggi un po’ desuete: formazione, preparazione, passione.

Sono le istanze attorno alle quali ruoterà il primo step di un nuovo e intensivo percorso di formazione politica, la Scuola politica Gibel, organizzata da Nepoti con la stessa concreta ambizione con cui ha finora vissuto la sua vita. Nato per caso a Bolzano, vissuto a Milano nei suoi primi anni per tornare a Palermo con la famiglia fino alla licenza liceale e poi rientrare nel capoluogo lombardo per gli studi in Scienze Politiche alla Statale, dove ha presieduto l’associazione studentesca. Periodo fecondo, quello, anche in altri campi. Nepoti fonda infatti “Terraforma”, il festival musicale di Villa Arconati a Bollate e, nel contempo, approfondisce competenze sia nel ramo dell’architettura sostenibile sia in quello della produzione discografica, al punto da creare una label indipendente. Poi, di nuovo, il naso puntato verso la Sicilia. Con un programma preciso: “Generare traiettorie idonee a superare lo stato di impasse che da troppo tempo caratterizza l’andamento della politica”. 

Gibel, che in arabo significa monte, evoca anzitutto il contatto con la natura. Ovvero quello che questo corso di politica – rivolto non solo a aspiranti amministratori pubblici, ma anche a coloro che svolgono mestieri ‘di confine’, dal giurista all’architetto, dallo scrittore al giornalista – intende offrire attraverso i suggestivi uliveti all’interno e nei dintorni di Villa Catalfamo, tenuta agricola settecentesca affacciata sul mare a sei chilometri da Cefalù. Qui per una settimana, dal 2 al 7 settembre, 25 docenti provenienti da più atenei italiani, compreso quello di Palermo, si alterneranno per coinvolgere venti corsisti in un articolato percorso di incontri, lezioni, talk collettivi, conversazioni personali. Un confronto continuo, da attuare anche attraverso passeggiate tra boschi e campagne, approfondendo problematiche legate all’ambiente, punto nodale di questa esperienza.  

Il progetto di Nepoti nasce infatti nel 2016, quando un incendio devasta parte della proprietà, ereditata dalla nonna Maria Cristina Catalfamo, scomparsa lo scorso 25 aprile all’età di 105 anni, due anni fa insignita dall’Orto Botanico di Palermo di un premio per essere riuscita a preservare l’azienda e aver ottenuto, durante la scellerata epoca della speculazione edilizia tra gli anni ‘50 e gli anni ’80, il riconoscimento del regime di Sic (Sito di importanza comunitaria) del chilometro fascia a mare su cui sorge la villa, caratterizzato da un ambiente dunale e da una zona umida frequentata da uccelli migratori. “Coinvolsi amici e conoscenti che negli anni avevano visitato Villa Catalfamo – racconta Nepoti – Molti si precipitarono da Londra, Parigi e Milano per dare una mano. Fu in quella circostanza che mi decisi a realizzare qui una scuola di politica”. 

L’idea affonda radici nel periodo trascorso all’Università: “Otto anni fa, discutendo a Milano col preside e i docenti di Scienze Politiche, prese forma la questione di quanto davvero chi arriva alla funzione di rappresentante eletto sia a conoscenza delle tematiche legate all’urbanistica, all’architettura, allo spazio comune e alle politiche pubbliche. E dei metodi per affrontarle”. Ragionamenti legati agli stravolgimenti della contemporaneità: “Una volta caduto il Muro di Berlino – considera Nepoti – tutti gli strumenti adoperati nel settore militare durante la Guerra Fredda, dalla versione rudimentale di Internet alle nanotecnologie, furono subito riversati dentro la società civile, mutandone molti schemi di riferimento, ma lasciandola senza guide per comprendere e governare quelli nuovi. Il progresso tecnologico ha cambiato tutto a velocità supersonica ma la politica non è riuscita a reggere il passo”. 

Uno stato di imbambolata inadeguatezza che aggrava lo stato confusionale nella collettività. “Quello a causa del quale può accadere di tutto – dice – come del resto il tempo attuale sta dimostrando. Tornano i muri, l’odio e la violenza, non si dice ma si spendono cifre incredibili per cure antidepressive e siamo sempre di più una società che si accontenta di ragionare entro i limiti dell’immagine. Una società ‘disintermediata’, in cui ci si confronta con macchine”. 

Un prototipo di questo laboratorio politico è stato sperimentato a settembre dello scorso anno a Palermo, negli spazi di Palazzo Butera: l’edificio della Kalsa – racconta Nepoti – si trasformò per una settimana in un luogo di fitto confronto tra docenti e allievi su tematiche geopolitiche come il Mediterraneo, le reti globali, il ruolo delle città, le tecnologie delle nuove guerre. “Con l’obiettivo di decifrare l’oggi per meglio agire in futuro. E porre le basi di una ‘comunità Gibel’ diffusa in più punti del territorio nazionale e che contiamo di supportare anche con una pubblicazione periodica”.

A Cefalù il tema sarà l’Antropocene, ovvero l’era attuale in cui viviamo: parola diventata trendy a livello artistico che indica come si sia approdati a una condizione in cui l’uomo diventa una forza distruttiva attraverso la riduzione della biodiversità, l’estinzione di specie animali e vegetali, lo sfruttamento e l’inquinamento delle risorse naturali. Fenomeni avvenuti a una velocità inquietante solo negli ultimi trent’anni, che a Villa Catalfamo verranno sintetizzati anche da opere e happening d’arte. Come il courtain (carta da parati) di Francesco Simeti, apprezzato artista palermitano da tempo attivo a New York, intitolato ‘Everyone’s Greater Good’ e una performance a sorpresa dei Masbedo, duo milanese che utilizza l’arte come strumento di denuncia sociale. 

“L’inadeguatezza – continua Nepoti – genera l’opportunità di rimettersi in gioco. Non si vede perché a farlo debbano essere le multinazionali che ormai gestiscono l’economia mondiale, come la Apple che va moltiplicando le sue sedi avveniristiche nel mondo, progettate da Norman Foster, e la politica debba invece restare al palo”. Occorrono perciò nuovi training per chi vuole scendere nell’agone pubblico e per chi è chiamato a interagirvi da altri ruoli. Nulla di facile. Anzi, ha a che vedere proprio con il concetto di sofferenza, di stress: “Come un pilota di aerei civili, il politico oggi deve saper trovare e applicare soluzioni a situazioni critiche con tempi di reazione molto rapidi e precisi”. Per questo la scuola di politica immersa nel verde di Cefalù, impegnerà molto gli allievi: “Dalle otto alle dieci ore al giorno”, specifica Nepoti. 

Un piccolo inizio. Che, parafrasando la poetessa polacca premio Nobel Wisława Szymborska, aiuterebbe a mettere ordine nelle “cianfrusaglie del passato”. Un percorso che non può prescindere anche dall’ispirazione alimentata da uomini esemplari. Come Bobby Kennedy, che, mentre gestiva il Ministero della Giustizia, scriveva i discorsi sulla Nuova Frontiera al fratello presidente e alla vigilia della propria candidatura alla Casa Bianca nel 1967, un anno prima di essere ucciso come John, sosteneva di essere “il primo a sapere di non essere atto a ricoprire la carica di Presidente degli Stati Uniti, ma di avere un percorso alle spalle per farlo”.