È il soprannome che al teatro Biondo di Palermo hanno dato a Pamela Villoresi, la nuova direttrice artistica. Oltre sessanta spettacoli all’attivo, una carriera di attrice cominciata da adolescente, in scena con Strehler e per Sorrentino: una signora da medaglia d’oro 

di Francesca Taormina

All’alba, alle prime luci, il sole già si alza, lei esce di casa e cerca il mare, al riparo da sguardi indiscreti, come le farfalle che spiccano il primo volo. Prende la sua canoa e va. A quell’ora il mare di Palermo è calmo, piatto e la canoa corre veloce ed è lì che Pamela Villoresi assapora la libertà, il silenzio e l’audacia dei suoi muscoli. Attrice, innamorata dello sport, nuotatrice provetta, lo scorso anno ha attraversato lo stretto di Messina e tra un po’ ci riprova. 

Una sportiva alla direzione artistica del Teatro Biondo. Dopo circa due mesi tutti hanno capito di che pasta è fatta e la chiamano “capitano” oppure il “Ciclone Pamela”.  Sessanta spettacoli all’attivo e al mare si allena per il fiato, che un’attrice deve avere in gran quantità. Ma è stata anche moglie, mamma di tre figli, e ora nonna. Nonna? “Sì, nonna squagliata”, così mi chiama mia nipote. Dicono di lei che non si ferma mai, che trasuda energia. Ma non si è potuta sottrarre al destino di ogni mamma che lavora. Quanto ha sofferto di sensi di colpa? “Tanto, tutte le volte che lasciavo i miei figli per lavorare o quando stavo con loro e rinunciavo a una tournée. La fatica allora si faceva sentire, quel sentimento che non ti consente di sentirti veramente al tuo posto”.  

Maria Pamela Villoresi è nata a Prato e dei toscani possiede l’ardire, l’ironia pungente e una certa arguzia ben celata. Ma la madre era tedesca e questo fa la differenza. Il suo Dna non è del tutto italiano, c’è in lei quel gusto e quella convinzione che ogni cosa detta va fatta, a qualunque costo. In Italia si dice: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, in Germania invece coincidono. Qui solo la burocrazia la può fermare e l’ha fermata. A Roma ha realizzato un grande festival “Divinamente Roma”, poi replicato a New York, ma al terzo anno un funzionario del Ministero, dopo mesi di involuzioni burocratiche, le ha detto in faccia che “di questo tipo di festival non se ne sente il bisogno”. 

Ma Villoresi è una capricorno di gennaio e quindi possiede la gioia del lavoro, che non è solo dovere, ma una necessità faticosa ma irrinunciabile. E, infatti, inizia prestissimo, a quattordici anni, al Metastasio di Prato, frequenta un laboratorio teatrale e lei in classe aveva un compagno irriverente e discolo, Roberto Benigni. Ma era già allora irrefrenabile come ora? “Sì – racconta – andavamo al bar e dava pacche sulle spalle a chiunque, attaccava discorso e brighe, e poi lo seguivo alla Casa del Popolo, lui suona bene la fisarmonica.  I miei genitori furono molto coraggiosi, dopo due anni firmavano per me i contratti dei primi spettacoli, fino ai diciotto anni, ora capisco quanti pericoli, quanta ansia, quelli erano gli anni della droga, delle contestazioni furiose, però quella libertà che le mie coetanee si sognavano mi ha imposto la necessità di regole dure. È andata bene, ma non era scontato”. A diciassette anni gira Marco Visconti, il film che la rende nota al pubblico, giusto un anno prima di approdare al Piccolo Teatro di Giorgio Strehler. E da qui prende il volo. Conosce Jack Lang e partecipa alla fondazione dell’Unione dei Teatri d’Europa. Inutile dire che Giorgio Strehler è stato il suo grande mentore e maestro. Nei confronti del pubblico – le diceva – devi essere seduttiva, ruffiana come non mai, li prendi per mano e non li lasci più. 

Poi quel viaggio a Istanbul, dove Cupido la aspetta al varco. È lì che incontra un direttore della fotografia, Cristiano Pogany, si innamora e nel giro di una settimana decidono di andare a vivere insieme, poi il matrimonio e nascono due figli, la terza è adottata. “L’amore – dice – è quello sguardo in cui puoi riposare. Fu un colpo di fulmine. E la prima notte d’amore fu singolare, all’alba suonavano tutte le campane di Roma. Lo sanno tutti – pensai – e invece era stato fatto Papa Giovanni Paolo I.  Cristiano era di origine ungherese, figlio di Gabor Pogany, tre nomination all’Oscar, anche per La Ciociara. Amava il mare e soprattutto amava la costa dell’Argentario”. Ne parla al passato, “sapete che da molti anni sono vedova”. Ma i ricordi sono nitidissimi. 

Dopo il matrimonio, comprano una casa affacciata sulla roccia e lì nascerà Tommaso, un bimbo di scoglio, “così dissero, ma le cose furono veramente avventurose. Io mi preparavo al parto col metodo del canto carnatico, una disciplina indiana legata allo yoga che serve per respirare con tutto il corpo, funzionava. Ma all’improvviso scoppia un incendio a casa, riesco a fuggire ma voglio che mio figlio nasca in quella casa a ogni costo e quindi torno, e mi rimetto a esercitarmi, fino a quando non è nato. E il mio parto, grazie a quel metodo, è stato filmato ed è andato in giro per alcune università”.

Tutta la sua vita è divisa tra il mare, e nelle mani ha i calli tipici di chi fa canottaggio – per ora si allena alla Cala – e il velluto rosso dei teatri. È tale la passione per il mare che i suoi gioielli preferiti sono i coralli, e si riflette anche nel vestire. Mischia, da vera attrice, il rosso e il viola, con un po’ di fucsia. 

È animata da un entusiasmo incontenibile, e tra i tanti progetti uno è avvincente: si intitola “Con Margherita”, dedicato a Margherita Biondo, moglie di Andrea, fondatore del Teatro. Le maestranze e gli impiegati da molto tempo hanno avvertito un’ombra, una sagoma, benigna, a protezione del teatro, e molti ogni giorno, all’entrata dicono “Buongiorno Margherita”, e allora la Villoresi e il sindaco Leoluca Orlando hanno pensato di far restaurare i famosi bagni del Cobianchi, l’antico albergo diurno, a varie categorie di donne: le avvocatesse, le insegnanti, le giornaliste, le dottoresse. 

Un ultimo ricordo riguarda il suo ruolo ne La grande Bellezza di Paolo Sorrentino. “Ha avuto l’intelligenza di prendere tutti attori provenienti dal teatro e questo fa la differenza – continua l’attrice – è lì che mi propose di interpretare una nobildonna un po’ decaduta. Perché non provi a sedurre questa brasiliana? La tocchi, niente di più, mi disse. E io mi trovai davanti un donnone alto un metro e novanta e le dissi: “Scusi signorina, le sfiorerò i capezzoli, me lo ha chiesto il regista, niente di personale, ma ridevo di vero cuore”. Premi di teatro ne ha vinti tanti, ma due mesi fa “l’oro per il canottaggio al Foro Italico è stata una gioia, ho dormito con la medaglia al collo”.