Quando le politiche culturali nazionali entrano in uno stato di confusione, quando i tagli colpiscono la cultura e la sottomettono alla logica gretta dei numeri, la vita di un Paese, e con essa lo spirito di un popolo, rischiano di vacillare

di Daniela Bigi

Quando le politiche culturali nazionali entrano in uno stato di confusione, quando i tagli colpiscono la cultura e la sottomettono alla logica gretta dei numeri, la vita di un Paese, e con essa lo spirito di un popolo, rischiano di vacillare. Ma l’Italia non è una terra di improvvisati, e la sua storia d’amore con il pensiero e con l’arte è un fatto antico, ha radici inestirpabili. Pertanto, come è sempre accaduto, resiste, reagisce, e in tempi come questi lo fa appoggiandosi all’iniziativa privata. Piccoli interventi, episodi minimi, eppure preziosi, stille di vita.

Un esempio. In Maremma, per iniziativa di due giovani galleristi, Giorgio Galotti e Carlo Pratis, ha preso vita un festival dedicato alle arti visive, musicali e performative,Hypermaremma, giocato sull’intreccio tra edifici storici, resti archeologici, siti paesaggisticamente rilevanti, aziende agricole, attività ricreative. Nulla di nuovo, d’accordo, ma costruito con freschezza e con autentica affezione per questo angolo di Toscana che ha conservato la sua vocazione rurale e pastorizia, e dove il turismo, seppure pluristellato, ha rispettato sia il volto sia le tradizioni, compreso un certo immaginario, legato soprattutto ai cavalli della famigerata razza, per l’appunto, maremmana.

Dopo gli appuntamenti dei giorni di Pasqua, in giugno (22 e 23) e in luglio (13 e14) sono previsti altri due step, che avranno luogo in location speciali, dall’acropoli etrusca di Cosa, oggi Parco Archeologico, sulla collina di Ansedonia, alla Tenuta Diaccialone di Pescia Fiorentina, alla Capanna Sant’Irma di Capalbio, che altro non è che un maneggio storico con un famoso ristorante. Proprio qui è invitato Vincenzo Schillaci (Palermo 1984), in una sorta di doppia personale con il tedesco Thomas Kratz.

I due lavoreranno nell’area degli stalli dei cavalli, relazionandosi a questi gloriosi campioni e intervenendo sul loro habitat. Inutile ricordare che il cavallo è un topos dell’arte occidentale, e quindi, al di là della leggerezza dell’occasione campestre, lavorare su questo soggetto significa riflettere su un nodo figurale estremamente denso di riferimenti e di problematiche, spaziando dal mondo arcaico a Michelangelo a Kounellis fino alle più attuali riflessioni post-umaniste.

Schillaci, che Palermo conosce molto bene essendo stato, insieme a Giuseppe Buzzotta, fondatore e animatore di L’A project space, da qualche stagione risiede a Roma e si sta affermando per una pittura sofisticata, curata, potremmo dire astratta, a patto di pensare questo termine come un approdo procedurale piuttosto che una scelta aprioristica di campo. I suoi quadri, spesso molto grandi, si presentano apparentemente come dei monocromi e hanno superfici traslucide, marmorizzate, secondo una tradizione antica; sono il frutto cioè di una lenta esecuzione basata sul susseguirsi di passaggi di pigmenti, acrilici, spray e strati di calce.

Colore e materiali inerti si sovrappongono, lasciando sui bordi del quadro la traccia, densa, dei loro temporanei stadi di esistenza, precocemente superati, uno dopo l’altro, dallo stadio successivo. Quegli strati, nel loro darsi come superfici sensibili, accolgono dei segni, dei gesti, sono testimoni di un esserci pieno e fisico dell’artista, e al contempo raccontano del portato di dubbi e di proiezioni che ogni scelta costruttiva, ogni abbozzo di immagine, seppur minimo, porta con sé. Trattengono, cristallizzati dentro stesure potenzialmente infinite, le forme e i modi di un pensiero inquieto, vasto, e di un rovello incessante. “Sono custodi di un modo di stare al mondo – dice l’artista dei suoi lavori – mi sembra che abitino il tempo del quando tutto è già passato, mi piace vederli come superstiti del nostro crollo”.