“Ceci tuera cela”, la scrittura ucciderà l’architettura, profetizzava Victor Hugo nel suo celebre romanzo dedicato a Notre-Dame e mirato a sensibilizzare i parigini a finanziare il restauro della cattedrale che versava in misere condizioni

di Maurizio Carta

“Ceci tuera cela”, la scrittura ucciderà l’architettura, profetizzava Victor Hugo nel suo celebre romanzo dedicato a Notre-Dame e mirato a sensibilizzare i parigini a finanziare il restauro della cattedrale che versava in misere condizioni. La scrittura, invece, salvò la cattedrale consentendo il progetto/restauro di Viollet-le-Duc che nella metà del XIX secolo ripristinò, con notevoli integrazioni, sia la struttura che il ricco apparato scultoreo, facendo innalzare la celebre guglia – la flèche – posta all’incrocio fra la navata principale ed il transetto.

L’intervento di Viollet-le-Duc fu alimentato dalla profonda convinzione che i cantieri medievali fossero palinsesti di architetti, di costruttori, di maestranze e di comunità: generazione incessante di forme, di modifiche, di innovazioni, di soluzioni creative, il cantiere stesso era l’opera, soprattutto nel caso delle cattedrali, inni di pietra, vetro e legno alla grandezza di Dio. E così il cantiere si rimise in moto, aggiungendo, interpretando, lodando e innalzando.

Ognuno di noi porta un pezzo di Notre-Dame nel cuore e a questo palinsesto di memorie ed emozioni bisogna attingere per la ricostruzione. Per me la risposta non può che essere: come avrebbe fatto Viollet-le-Duc? Come avrebbe ricreato l’emozione dell’architettura? Avrebbe sicuramente colto l’occasione di riprogettare la copertura con tecniche innovative, forse più leggere e senza disboscare le 1300 querce che nel XIV secolo erano state utilizzate per sorreggere il tetto, offrendo l’opportunità di alleare l’innovazione – eterna energia dell’architettura – con la tradizione, fiamma ardente da custodire. La ricostruzione della guglia attraverso l’azione congiunta della conservazione e della creatività può essere l’occasione per dimostrare che un dialogo tra il contemporaneo e la storia sia possibile. Un vero e proprio laboratorio per la nuova generazione di restauratori e architetti e anche una palestra per innovare i protocolli di manutenzione programmata e di prevenzione pianificata.

E noi? Qual è la nostra cattedrale da ricostruire? Penso che il laboratorio più potente per affinare le nostre visioni e azioni sia Villa Deliella a Palermo, la deliziosa villa realizzata da Ernesto Basile e distrutta nel 1959 dalla manovalanza mafiosa che agiva per conto di una distorta visione del futuro della città. Tra le tante ipotesi di intervento, ora che il parcheggio è stato chiuso, che il Comune di Palermo ha deliberato la volontà di procedere con un progetto architettonico rispettoso e che la Regione siciliana ha stanziato fondi per un progetto preliminare, io credo che la domanda sia: cosa avrebbe fatto Ernesto Basile davanti alla distruzione della sua opera? L’avrebbe ricostruita com’era e dov’era? O avrebbe esercitato il ruolo creativo ed evolutivo dell’architettura?

Io sono certo che Ernesto Basile avrebbe agito da architetto, approfittando dell’occasione per far fare un balzo in avanti all’architettura senza reciderne le radici, avrebbe colto l’opportunità di raccontare il dramma della demolizione di matrice mafiosa proponendo un memoriale, dove il dolore della perdita originale non venga cancellato. Ma avrebbe anche progettato una nuova risposta alle diverse domande di una nuova committenza, non più privata ma collettiva. Ci avrebbe ricordato che ci sono molti modi di sanare la ferita urbanistica, architettonica e civile di quel luogo.

E come un cantiere medievale, oggi il progetto per Villa Deliella deve essere un’opera corale, perché collettiva è stata la ferita, l’intera città è stata sfregiata e noi tutti insieme dobbiamo concorrere a ridare identità e qualità a quel luogo, pensandolo come un seme fecondo, cellula multifunzione di un organismo più ampio che si estende dal Giardino Inglese e dell’ex Istituto delle Croci, passando per via Libertà, fino ad arrivare a vitalizzare via Emerico Amari pedonale. Insomma, “ricostruire” Villa Deliella significa progettare una parte di città che apra le porte a un diverso presente, riscrivendo collettivamente lo spazio urbano. Perché l’architettura e l’urbanistica sono potenti forze generatrici di futuro, di spazio e di società, anche quando usano i materiali della memoria.