Non sono stati in tanti a scrivere la propria Autoapologia. Eppure, un incredibile palermitano scrisse di sé in questi termini. E usando la terza persona

di Salvatore Savoia

Non sono stati in tanti a scrivere la propria Autoapologia. Eppure, un incredibile palermitano scrisse di sé in questi termini. E usando la terza persona. “Egli è il marchese di Villabianca, oggi per divina munificenza vivente, nato in Palermo, sua patria, figlio del marchese D. Benedetto, e di Cassandra Gaetani ed Alliata, sua genitrice. Uscì al giorno nel lunedì 12 di marzo 1720, rigenerato colle sagre acque lustrali nella parrocchiale chiesa di S. Giacomo la Marina, tenuto in essa da Francesco Notarbartolo e da D. Angela Zati, barone e baronessa di S. Anna. Notisi che detto marchese Francesco Emanuele e Gaetani ebbe concessa da monsignore arcivescovo di Palermo, fra’ Matteo Basile, l’ordinazione della prima clericale tonsura e delli due primi ordini minori, ostiarato e lettorato, sotto il  6 marzo 1735…”.

Ma chi era questo incredibile ed apparentemente poco simpatico signore che si descrive poco più in là come “alto sei palmi ed oncia una, bianco nel viso, ma di faccia bislunga, il pelo biondo, e gracile, delicato e snello di corporatura”? Basterebbe sfogliare l’elenco dei suoi scritti, che per ben tre volte ristampò perché potessero “servire al pubblico”, o consultare la sua Sicilia nobile in cinque grandi volumi, pubblicati lungo ventitré anni, o le “Memorie storiche intorno agli antichi uffizi del Regno di Sicilia”, o ancora i 25 tomi dei suoi manoscritti per restare sbalorditi dalla sua prolificità e dalla intensità del suo impegno.

In “Lui, Villabianca” (per usare il suo stile) l’orgoglio per le proprie capacità e la consapevolezza del ruolo svolto giungeva al punto di costringerlo a verificare se e quanto adeguatamente le sue opere fossero diffuse “presso i letterati pregevoli di molto”, a cominciare dalle citazioni dei suoi scritti che cercava spasmodicamente, dalla nuova Enciclopedia francese (forse non comprendendo quanto fosse antitetica alla sua cultura) ai riferimenti a sé in occasione di ogni nomina in un’Accademia. Descriveva e si beava delle medaglie coniate in suo onore, ma soprattutto si esaltava del titolo di “benemeritissimo” di Palermo e della Sicilia, o di quello di Padre della Patria.

Fanatico, uomo senza sorriso e senza cedimenti, monomane e folle: fu così che lo definì Leonardo Sciascia. Ma nello stesso tempo personaggio coerente e rigoroso con se stesso: si flagellava e portava il cilicio a espiazione dei propri peccati, ascoltava due messe al giorno (una a San Domenico e l’altra a San Giacomo la Marina) e dinanzi ai più timidi fermenti di rinnovamento che coglieva nell’aria si ergeva a baluardo della tradizione, intravedendo in ogni riforma un crimine, come nel caso dell’abolizione dell’Inquisizione proposta da Caracciolo.

Malgrado ciò, il contributo che “Lui, il Villabianca”, ha lasciato alla conoscenza della società siciliana del XVIII secolo resta unico e prezioso. Basterebbe pensare al lascito dei suoi documenti – taluni ancora inediti – alla Biblioteca comunale di Palermo, ovviamente senza omettere una verbosa e pignola raccomandazione affinché venissero custoditi gelosamente “in luogo separato e acconcio, come s’aveva da fare per le opere di gran pregio”.

D’altronde, chi se non Lui avrebbe pensato per sé un adeguato monumento sepolcrale con tanto di minuziosa e ampollosa iscrizione, che oggi si trova nel Pantheon di San Domenico a Palermo? Né dimenticò in quella circostanza di raccomandare al futuro realizzatore di esso di non sbagliare la punteggiatura. Tutti coloro che scrissero di lui, da Sciascia a Salvo Di Matteo a Massimo Ganci, dinanzi alla imponente mole delle notizie storiche che ci ha lasciato, non poterono che rendere vanto e onore all’ineffabile Marchese, che pure ignorò del tutto ogni modestia nel corso della sua vita.

E fu ancora Sciascia, nel cammeo che gli dedicò all’interno de La Corda pazza, a fornirci una chiave colta e insolita di questo personaggio, inconsapevolmente al centro di un mondo illuminista, benché reazionario e nemico di ogni luce nuova che timidamente osasse accendersi in Sicilia. Egoista fino al punto di sacrificare tutte e sei le sue figlie femmine obbligandole al convento, vanitoso, impietoso, sempre pronto a pontificare sui privilegi della sua classe, ci ha consentito – e ci consentirà ancora, quando saranno pubblicati tutti i suoi manoscritti – di far luce sullo straordinario Settecento siciliano.

Forse, al di là della boria, si riesce a leggere un po’ di malinconia in questo testimone di un mondo prossimo alla scomparsa. “Malgré lui”, nel suo Diario palermitano si scorge netta la testimonianza della fine della sua classe e di una certa sicilianità. Volendo applicare la misura dantesca del “contrappasso”, forse basterebbe pensare che gli fu dedicata una grande e centrale arteria a Palermo. Solo che si tratta della più borghese di tutte.