Non c’è niente da fare: appena si discute di Sicilia e della sua letteratura, torna sempre la questione della luce e del lutto. Stereotipa forse, ma alquanto resistente

di Gianfranco Marrone

Non c’è niente da fare: appena si discute di Sicilia e della sua letteratura, torna sempre la questione della luce e del lutto. Stereotipa forse, ma alquanto resistente. Ora una studiosa tedesca, Maike Albath, dedica un intero libro a ricostruire le origini e la complessa articolazione interna di questo sempiterno immaginario isolano a tinte forti. E lo fa assai bene, anche perché lo libera proprio dal suo essere isolano e isolato, aprendolo cioè a una dimensione planetaria. Finalmente.

In attesa della versione italiana del volume, vale la pena ricordare che questa opposizione è sbilenca. Perché se nella luce può starci tanto (e difatti ci sta), del buio indica soltanto una parte del suo valore simbolico, quella relativa al ricordo della morte. Varrebbe piuttosto la pena parlare di ombre, tema anch’esso assai ampio, ma comunque meno sfigato.

L’ombra ce la portiamo appresso, e a volta sta davanti a noi indicandoci la strada. Se, come si sa, non si può guardare il sole, luminoso e accecante, per capirci un po’ di più si può chiedere aiuto alle ombre, mai veramente cupe. Sono belle quando ci sono, sono splendide quando vanno via, ridandoci serenità e speranza.