È facile fare un giardino e mantenerlo, piantare un albero, coltivarlo, potarlo, curarlo come si deve

di Giuseppe Barbera

È facile fare un giardino e mantenerlo, piantare un albero, coltivarlo, potarlo, curarlo come si deve. Un’amministrazione pubblica non ha certo bisogno di progetti e tecnici preparati e la quota di bilancio dedicata al verde può essere tagliata all’inverosimile. Un privato, soltanto se molto danaroso e se (fatto rarissimo) non capisce nulla di piante, ricorre a un paesaggista. Se un progetto è proprio necessario basta l’architetto. A che serve l’agronomo, o viceversa? Per manutenzioni e potature: chiamare un giardiniere? Purché si paghi in nero, chiunque va bene.

E poi per dare un giudizio sugli alberi che rischiano di schiantarsi o che marciscono, le foglie che ingialliscono, mica servono tecnici preparati, dilettanti competenti, orticoltori diplomati. Tutti sanno tutto. Come un tempo c’erano gli adoratori di alberi sacri che giungevano a sacrificare i sacrileghi, guai a chi oggi si ostina a trattare quelli urbani secondo scienza e coscienza. E soprattutto basta con chi dice che per fare un giardino o un parco serve un progettista. Basta un manipolo di incompetenti, soprattutto se mossi da democratiche intenzioni.

E visto che è così, guardiamoci attorno. Constatiamo lo stato miserevole di gran parte dei giardini pubblici e privati. Nella terra più ricca di biodiversità, di giardini storici che attraversano tutta la storia culturale (con la u, questa volta) del Mediterraneo, di illustri botanici, agronomi, paesaggisti che hanno lasciato impianti verdi e pagine esemplari, di istituzioni scientifiche ovunque apprezzate, non nasce un giardino “come si deve” da almeno un secolo e quelli dal passato illustre sono trattati con un’attenzione che non dovrebbe essere riservata nemmeno a un giardino condominiale.

Ma, da qualche tempo, qualche buon segno arriva. Per esempio dagli Orti Botanici delle Università di Palermo e Catania, dal recupero, coronato da riconoscimenti, di alcuni paesaggi rurali tradizionali (la Kolymbethra), da un’attenzione consapevole verso qualche giardino storico, dalla nascita di nuovi piccoli giardini che interpretano con firme eccezionali (il giardino dello Zen a Palermo di Gilles Clement) o con passione, gusto e competenza rara (il giardino di Fabrizia Lanza a Case Vecchie a Valledolmo), nuove tendenze del paesaggismo contemporaneo. Un’occasione unica, imperdibile per una crescita della cultura giardiniera, si svolge a Giarre con cadenza biennale.

Il Festival Garden Radicepura, organizzato dai Vivai Faro. Dieci piccoli giardini disegnati e realizzati da dieci giovani paesaggisti giunti (dopo una severa selezione) da tutto il mondo e due opere di paesaggisti di successo (Antonio Perazzi, Andy Sturgeon). Lo spazio della rubrica è avaro e però le denominazioni dei primi bastano a far comprendere quanta diversità di natura e di storia si possa offrire al futuro dei giardini mediterranei: Arcobaleno di spighe; Carmine catcher; Come back to Itaca; The garden of essences; Il giardino della Signora; Planta sapiens; Polifilo incontra Candido nell’isola di Citera; Può un giardino produrre acqua?; The Babylonian cradle; The long path. Ecco, non ho timore a dire che, a chi della foltissima schiera degli “esperti” siciliani di alberi e giardini non andrà (ha tempo fino a ottobre) a visitare il Festival, dovrebbe essere tolto il diritto di lamentarsi.