Lo sviluppo del Sud, specie industriale, richiede investimenti in settori innovativi, con imprese adeguate alla concorrenza internazionale e con vantaggi competitivi basati su ricerca e competenze

di Antonio Purpura

“Resto al Sud” è il titolo di una legge varata sul finire della precedente legislatura (decreto legge 91 del 2017) con l’obiettivo di rilanciare lo sviluppo del Mezzogiorno. I provvedimenti più importanti sono due. Il primo, e più noto, mira a promuovere la formazione di nuove piccole imprese giovanili nell’industria manifatturiera, nel turismo, nelle attività culturali e creative, e in alcuni servizi. I destinatari sono giovani dai 18 ai 45 anni che accedono a una agevolazione massima di cinquantamila euro.

Il secondo prevede la realizzazione, in ciascuna regione del Mezzogiorno, di due Zone economiche speciali (ZES) destinate alla attrazione di investimenti esteri diretti, soprattutto nei settori più innovativi, e al sostegno di imprese esistenti nelle aree prescelte. Dal punto di vista strategico, le due misure si integrano. La prima mira a infittire il tessuto imprenditoriale di piccole dimensioni, con forti radici locali, la seconda, invece, si fa carico di un nuovo take-off dello sviluppo industriale guidato da grandi investimenti esterni, capaci di intercettare i nuovi flussi di traffico mercantile dall’Est Asia al Centro-Nord Europa.

A distanza di quasi due anni, la promozione delle imprese giovanili ha già dato risultati parziali in linea con le aspettative. I progetti finanziati e quelli in attesa di valutazione – rispettivamente 2.600 e 17.000 – rendono non del tutto illusorio l’obiettivo finale delle centomila nuove imprese in nove anni. Oltre la metà dei progetti riguarda iniziative nel turismo e nella cultura, e un quarto l’artigianato manifatturiero.

Poche le nuove imprese. Soltanto il 19 per cento dei nuovi giovani imprenditori è in possesso di laurea e il 12 per cento di diploma di scuola media superiore. Dunque, scelte settoriali, dimensioni delle imprese e profili degli imprenditori segnalano un percorso di crescita tutto sommato “di continuità”. I giovani colgono le vocazioni produttive del territorio e le assecondano.

Ma questo non basta. Lo sviluppo del Mezzogiorno, specie quello industriale, richiede discontinuità. Nuovi investimenti in settori innovativi, con imprese di dimensioni adeguate alla concorrenza internazionale, e con vantaggi competitivi basati su ricerca e competenze. In fondo è questo il compito assegnato alle ZES. Ma le stiamo ancora aspettando.