Che il figlio del Marchese de la Pailleterie abbia preferito farsi chiamare Dumas, vantandosi delle origini creole della madre, figlia di una schiava di colore, permette, ancor più della immensa produzione letteraria e dello stile di vita, di capire chi diavolo fosse veramente Alexandre Dumas

di Salvatore Savoia

Che il figlio del Marchese de la Pailleterie abbia preferito farsi chiamare Dumas, vantandosi delle origini creole della madre, figlia di una schiava di colore, permette, ancor più della immensa produzione letteraria e dello stile di vita, di capire chi diavolo fosse veramente Alexandre Dumas.

Una figura assai amata e popolare che si volle ridurre a quella di autore di feuilleton, e insieme un uomo che non celò mai la sua simpatia per la causa della libertà, una sorta di eroe romantico – anche se privo del phisique du rôle del pallido sognatore – che non poteva che invaghirsi di Garibaldi, far di tutto per raggiungerlo a Palermo su una goletta (Emma, dal nome dell’amante di turno) come se non potesse mancare a un appuntamento con un personaggio dei suoi romanzi. Si unì ai Mille anche con l’intento di scrivere un libro su quell’impresa, ma poi, eccessivo come sempre, ne scrisse due, senza contare i libri di viaggio e i numerosi racconti dedicati all’intero pantheon delle figure più rocambolesche del meridione d’Italia, da Cagliostro a Luisa Sanfelice. Nel diario del garibaldino Giuseppe Bandi si racconta dell’incontro del Generale con Dumas a Palermo:

“Un bel pezzo d’uomo ci venne incontro, e da lungi salutò in lingua francese il generale. Quell’omaccione era tutto vestito di bianco e aveva in testa un gran cappello di paglia, adorno d’una penna azzurra, d’una penna bianca e d’una rossa. “Oibò – soggiunse il generale, ridendo – è Alessandro Dumas”. “Come? l’autore del Conte di Montecristo e dei Tre moschettieri?”. “Proprio lui”. Le grand Alexandre abbracciò Garibaldi ed entrò insieme a lui nel Palazzo Pretorio. Aveva condotto seco una poltroncella (espressione insolita ma inequivocabile) vestita in abito maschile e precisamente da ammiraglio, la quale si pose a sedere alla destra del generale come non fosse suo fatto. “O per chi ci ha presi quel glorioso bue? – dissi ai compagni che m’erano accanto – è vero che molte licenze s’accordano ai poeti; ma questa che si piglia adesso, di mettere a tavola col generale e con noi quella minuscola figlia del peccato, è tal licenza che non concederebbero mai nè gli dei, nè gli uomini … ”.

Dumas seguì Garibaldi anche a Napoli, dove assunse la carica di Conserva- tore dei musei, fondò un giornale, l’Indipendente, e si occupò persino degli scavi di Pompei. A Garibaldi offrì tutto il suo denaro per l’acquisto di armi e munizioni, che egli stesso era andato a comprare a Marsiglia. Gioacchino Lanza Tomasi ha scritto che la narrazione dell’impresa dei Mille nei libri di Dumas “è prevalentemente dialogica. Garibaldini o borbonici parlano in presa diretta, fra di loro o con lo scrittore. Lo stile del reportage è effi e soprattutto fluido, segni certi di un maestro della letteratura d’intrattenimento. Il raffronto con la coeva narrativa italiana è impietoso. Dumas non sa cosa sia la retorica e il suo dominio è il gusto dell’avventura. L’arte della narrazione è il continuo discolorare dal vero al verosimile, con puntate nel fantastico che mostrano il talento di una penna eccelsa, sempre fluida, mai trasandata e soprattutto mai insignificante”.“Alexandre Dumas era un gran mangiatore, così come era un grande narratore – scrissero Leconte de Lisle e Anatole France. – Uno che produceva molto e spendeva molto”.

Le descrizioni dei cibi, in effetti, non mancano mai nei suoi romanzi, e l’importanza di questo tema crebbe negli ultimi anni della sua vita, quando scrisse diversi libri di cucina, cosa che forse la Francia ufficiale non gli per- donò mai. Non è casuale che taluni, come Eugene de Mirecourt, lo abbiano accusato di “aver snaturato le lettere francesi e di averne fatto uno spezzatino speziato”. Negli ultimi anni, Dumas vide spegnersi quella irrefrenabile bulimia che aveva contraddistinto la sua esistenza. D’altronde, si stava estinguendo quel clima romantico che gli aveva riempito la vita. Irregolare e improvvisatore com’era, nemmeno le doti di cui era davvero ricco, la fantasia inesauribile e la capacità di costruire emozioni e praterie per i sogni degli uomini gli impedirono la fine triste del dimenticato.

E quando nel 2002, a oltre centrotrenta anni di distanza dalla morte, per onorare il romanziere più letto del mondo, fu una Marianne mulatta su un cavallo bianco ad accompagnare il feretro al Pantheon, si volle onorare non solo lo scrittore ma anche la sua origine. Il Presidente Chirac, rivolgendosi, come d’uso, direttamente alla salma, fece cenno a un’ingiustizia da sanare: “Con lei entrano nel Panthéon l’infanzia, le ore di lettura assaporate in segreto, l’emozione, la passione, l’avventura. Con lei abbiamo sognato e sogniamo ancora”.