Il colore rosa porpora dei fiori del Cercis siliquastrum arriva per primo, con il lillà dei festoni di glicine, a salutare la primavera in città…

di Giuseppe Barbera

Il colore rosa porpora dei fiori del Cercis siliquastrum arriva per primo, con il lillà dei festoni di glicine, a salutare la primavera in città. In questo sta la sua più apprezzata qualità che lo ha portato, in tempi lontanissimi, a lasciare le vicine regioni asiatiche e a naturalizzarsi, fino a riprodursi senza l’intervento umano, in quelle mediterranee.

In natura cresce in forma di arbusto o di alberello disordinato ed è quindi nei giardini e nelle aiuole, dove è libero di svilupparsi, anche se in terreni poveri e sassosi purché al sole, che dà il meglio di sé. L’appariscenza dei fiori l’ha premiato oltre il dovuto e spesso viene usato per le alberature stradali e a esse costretto da continue potature. Queste vorrebbero raddrizzare un tronco tanto disordinato da far nascere il sospetto che con le sue deformazioni vorrebbe ribellarsi all’ordine geometrico che gli si desidererebbe imporre.

È come se i dispetti dei potatori (e la pipì dei cani e il compattamento della terra che non lascia passare ossigeno e il taglio delle radici per sempre nuovi servizi sotterranei…) non abbiano altra ragione che fargli pagare antiche colpe e non solo quelle che provengono dalla forma sgraziata, dai baccelli (silique) neri che rimangono tristemente appesi per tutto l’inverno a con- tenere legumi immangiabili che inducono vomito e diarrea.

La colpa è considerata inequivocabile, visto che è chiamato “albero di Giuda” e non, come sarebbe corretto, per la frequenza con cui vi si trova, della Giudea: è ad esso che si è impiccato il perfido traditore. I rami sono contorti per il dolore, i fiori (eppure mangiabili in pastella) sono lacrime rosse per la vergogna. Il fatto che crescano direttamente sul tronco o sul legno maturo e non su rami giovani è perché così non si dimentichi il corpo penzolante del disgraziato. Il fenomeno della caulifloria, che divide con il cacao, la papaia e il carrubo, è così detto e spiegato. Che sia un’eredità dei tempi del carbonifero, quando in climi continuamente piovosi, bisognava proteggere i fiori addossandoli al tronco sotto l’ombrello protettivo della chioma, è una giustificazione che oggi si direbbe buonista.

Neanche al nord sono indulgenti e lo chiamano maledet; in Francia si pensa che uccida le api che ne suggono il nettare, in Sicilia è carrubba sarvaggia e si legge (ma in un testo francese) che “le streghe lo stimano e chi vi si imbatte muore a colpo sicuro”. Più gentile una “leggenduola” delle parti di Montevago raccontata da Giuseppe Pitrè: “Una volta G.C. (sic) andò a nascondersi sotto l’albero di Giuda, perché i Giudei lo cercavano a morte. Quando essi domandavano: Dunn’è? l’albero rispondeva: Talìa, talìa dunn’è; e così rilevò il nascondiglio. G.C. n’ebbe dispetto e maledisse quest’albero. Quando se ne bruciano i rami, essi dicono sempre. Tà’ tà’ tà! cioè talìa (guarda), voce uscita da quest’albero quando volle parlare per la prima volta”. Se mai ci sarà una seconda volta chissà che non indichi opportunamente i potatori scotennatori.