A Favignana un vecchio fortino militare è stato trasformato in una dimora contemporanea. Linee essenziali, soluzioni in apparenza semplici, arredi di recupero per ritrovare la bellezza di vivere immersi nella natura

di Maria Laura Crescimanno

Maria Rosa Spataro l’architetto lo fa per mestiere e per passione. Le sue linee, le sue soluzioni abitative più riuscite sono quelle legate a certi luoghi particolari, certi ambienti duri, mediterranei, pietrosi. Favignana, isola di tufo, è la sua isola, è questo l’ambiente che conosce e frequenta da oltre quindici anni. La sua casa, nella selvaggia contrada Stornello, è il suo rifugio e le serve, come lei dice, per mettersi in discussione con l’isola. Ristrutturare le case degli amici, dopo un lungo periodo passato a insegnare, era quasi un destino per lei che ha in parte ereditato la professione dal padre. Il cantiere, le maestranze, i materiali da reperire, niente la scoraggia, neanche la ovvia difficoltà della distanza dalla terraferma. L’isola – spiega – per un architetto è una sfida.

Dopo cinque ristrutturazioni nelle isole Egadi, Maria Rosa accoglie la pro- posta di rimettere in piedi un vecchio fortino militare semi-abbandonato nei pressi di Cala Azzurra. Il mare dista solo dieci minuti a piedi. Ma la posizione interna nel verde è strategica, appartata. Per evitare la cala nella stagione estiva, quando è piena di barche, si può scendere lungo una trazzera che porta a una piazzola di cemento quasi nascosta, in direzione del Bue Marino, dove il mare regala sfumature di turchese trasparente da far invidia ai fondali tropicali.

Poco meno di tre anni dall’acquisto del terreno nel 2015 per arrivare alla piena trasformazione di quella che in pochi avrebbero scelto di abitare, perfino in vacanza: una struttura militare abbandonata degli anni Trenta, quasi una follia. Eppure, nascosta nel silenzio e nell’ombra dei grandi pini, oggi “La casa nel bosco”, che nei file di lavoro era definita “il fungo capovolto” per via di quella strana forma circolare, esprime un fascino irripetibile altrove. “Quando siamo entrati qui, tra questi alberi, piante selvatiche e muri di tufo incrostati dal tempo – racconta l’architetto Spataro – ho subito capito che si trattava di demolire in parte e di ristrutturare mantenendo gli stessi volumi ma introducendo nuove idee. Il rudere era tutta coperto di terra. Due grossi blocchi di tufo circolare, che sono rimasti al loro posto, ricordano quello che trovammo all’inizio. Li si vede ripuliti nella gigantografia che campeggia entrando sulla parete di sinistra. Avevamo per fortuna un progetto approvato dalla Soprintendenza, e, insieme all’architetto trapanese Leonardo Grugno- ne, ci siamo messi subito all’opera per ripensare i 56 metri quadri di volume e i 1600 metri quadri di terra incolta e giardino intorno”.

La prima azzeccata idea progettuale, si capisce subito arrivando dalla stra- della d’ingresso, è quella inusuale finestra a nastro che spezza la pesantezza della torretta, con un vetro che lascia passare la luce e il paesaggio a verde che entra all’interno della cucina. Nel corpo principale ci sono le camere da letto, un living e i bagni. Tutto è improntato al richiamo naturale della terra e del tufo fuori. Domina il cemento resinato scuro, che ricorda il vecchio battuto cementizio utilizzato agli inizi del secolo. E che ritorna fuori attorno alle mura circolari, insieme al brecciolino naturale.

Anche gli spazi abitativi interni sono essenziali e poveri, perfino negli ar- redi. Il piano cucina è stato realizzato in loco in cemento sfruttando tutta la possibile profondità; al posto di ante di legno per gli armadietti ci sono i vecchi sacchi per trasportare il caffè trovati nei negozi del centro di Palermo, così come i portalampade a cono in metallo erano contenitori spargi-zolfo usati negli uliveti. “Molte delle soluzioni di arredo, nate dal riuso di oggetti inutilizzati, sono idee nate e realizzate grazie alla simbiosi tra me e la proprietà”, tiene a sottolineare l’ architetto. Per esempio, la madia per impastare il pane di una volta, con le ruote e due candelabri all’interno, è diventata un piano d’appoggio per il giardino. Anche il tavolo da pranzo è realizzato con assi di legno assemblate di recupero e nelle stanze da letto, molto scarne, si trovano appendiabiti poveri ridipinti e poltroncine di una volta in finta pelle recu- perate dai mercatini cittadini. Come la vecchia vetrina, dove si ritrovano i piatti di casa, quelli della nonna.

Ma la cura per i particolari, il gusto per il relax e per l’ essenzialità non finisce qui. Tra il corpo principale e un magazzino attiguo è stata realizzata un’area living e pranzo all’aperto, senza un porticato fisso, ma con vele di tela da rimuovere in inverno, che lascino spazio per guardare la sera lo spettacolo delle stelle. In fondo a sinistra, un’area meditazione e riposo risalta all’occhio, colpisce la pietra chiara tufacea disposta a gradoni, quasi un’agorà, con intorno aree a verde con piantine mediterranee e aromatiche, secondo quanto prescrive la Soprintendenza: la salvia, il rosmarino, la santolina, la lavanda. Tutto intorno, un bosco di ulivi, eucalipto e pini.

Il Mediterraneo è anche questo, non solo l’azzurro accecante del mare che si percepisce appena all’orizzonte. Le agavi selvatiche e le yucche ripulite troneggiano attorno a due letti squadrati, rimessi in uso con i materassi per sdraiarsi. Qui, nelle serate di scirocco, sotto la volta celeste e la brezza, si può persino venire a dormire aspettando, nel silenzio totale, circondati dagli alberi, i primi bagliori dell’alba.