Le tonnare siciliane sono il simbolo di quella vicenda antichissima e sacrale che ha legato l’uomo alla pesca. Ne abbiamo seguito le tracce lungo la costa occidentale. Un viaggio alla ricerca di un’identità perduta

testo e foto di Mauro Fontana

Per i suoi 1.637 chilometri di costa e per la sua posizione geografica strategica rispetto al bacino del Mediterraneo, la Sicilia possiede una naturale propen- sione verso le attività legate al mare e alla pesca, tanto da essere la prima regione italiana per numero di porti, flotta peschereccia e prodotto pescato.

La pesca in particolare – e conseguentemente la vendita e il consumo di tonno – porta con sé storie che affondano le loro origini in un tempo molto lontano e che nel corso dei secoli hanno influito notevolmente sullo sviluppo di tradizioni e caratteri sacrali, tramite persone e società che su una pratica così umile e semplice hanno costruito la propria identità. Già in epoca prei- storica, così come testimoniato da alcuni graffiti presenti nella Grotta del Genovese sull’Isola di Levanzo, nell’arcipelago delle Egadi, il tonno veniva propiziatoriamente dipinto sulle pareti.

Il thunnus, all’inizio della primavera, migra infatti dall’oceano verso le acque più tiepide del mar Mediterraneo, rendendo favorevole la loro pesca all’interno dei labirinti di reti che venivano costruiti in prossimità delle coste. In Sicilia, grazie alla sua posizione geografica, furono numerose le corse, cioè i passaggi di mandrie di tonni. Si ritiene che siano stati i musulmani (arabi, berberi, persiani, spagnoli), sotto il comando di Asad ibn al Furàt, il generale che si occupò dello sbarco in Sicilia per conto degli Aghlabidi, a portare la cultura quasi industriale della pesca del tonno, implementandone il commercio e migliorandone le tecnologie. Facendo riferimento agli ideali di libertà, giustizia e tolleranza degli insegnamenti di Maometto, la tonnara veniva gestita in maniera collettiva, come se fosse una comproprietà, con l’assenza di un unico detentore del capitale e con una pari distribuzione del reddito. Inoltre, la terminologia che ancora oggi definisce gli aspetti e i protagonisti della mattanza è spesso di origine araba.

Con l’avvento dei Normanni e l’introduzione del sistema feudale, la storia economica e sociale cambia radicalmente: le tonnare infatti, di proprietà regia, venivano date in concessione a baroni, vescovi, abazie, chiese e conventi ed erano sottoposte a pesanti tributi e prestazioni. Con l’organizzazione che si instaura durante il Medioevo, i tonnaroti perdono la propria libertà e autonomia e diventano dei semplici “operai” ai quali viene corrisposto un compenso monetario.

La pratica della pesca del tonno ha resistito lungo i secoli, avendo la sua massima crescita nel commercio e nel consumo nella seconda metà dell’Ottocento, grazie agli effetti di alcune innovazioni tecnologiche, come la conservazione sott’olio e la lavorazione di tipo industriale. Alla fine del XIX secolo le tonnare ancora attive, censite dalla Regia Commissione Parlamentare istituita nel 1883, sono ventidue e prevalentemente localizzate nelle attuali province di Trapani e Palermo.

A partire dagli anni ’50 del secolo scorso si assistete però a un lento declino delle attività, le cui motivazioni vanno cercate sia nelle difficoltà del processo produttivo arcaico che nella concorrenza dei moderni sistemi di pesca praticati da pescherecci con le cosiddette “tonnare volanti”, che catturano i branchi di tonni in alto mare, prima del loro avvicinamento alla costa. Le tonnare che rimasero attive fino agli anni ’90 si trasformarono quindi in stabilimenti di sola lavorazione, acquisendo la materia prima già pescata a prezzi più bassi

La pratica della pesca del tonno, però, è riuscita a lasciare un’eredità sia di tipo materiale che immateriale: da una parte, architetture, attrezzature e re- perti di archeologia industriale, dall’altra l’importante realtà sociale che tale pratica rappresentava, l’idea che i suoi caratteri quasi sacrali hanno lasciato nell’immaginario collettivo, le storie di popoli che attorno alle tradizioni hanno costruito la loro identità.

Il termine “tonnara”, originariamente, indicava il solo sistema di attrezzature e reti che erano necessarie per la pesca, che in particolari periodi dell’anno venivano montati in punti strategici delle coste. Infatti, le cosiddette “ton nare di mare” non sono altro che un sistema architettonico subacqueo di reti ancorate al fondale, che formano una serie di stanze comunicanti tra loro. Con il termine tonnara, però, si indica ormai indistintamente sia l’impianto di reti che l’insieme delle costruzioni a terra che erano adibite al deposito delle attrezzature e alla lavorazione del pescato. Nonostante le funzioni delle costruzioni fossero le stesse in tutto il territorio dell’Isola, per trattare dell’architettura delle tonnare è necessaria una lettura puntuale dei diversi complessi, che si sviluppano con modalità e tempi differenti.

Le condizioni che permettevano uno sviluppo più o meno ampio dell’impianto a terra sono da ricercare in diversi fattori: la disponibilità della materia prima, le innovazioni tecniche, la morfologia della costa, i luoghi in cui era più opportuno calare le reti. L’impianto a terra, quindi, per tipologia e dimensioni, dipendeva principalmente dalla potenzialità dell’impianto a mare. Il sistema delle architetture delle tonnare si intreccia, inoltre, con il sistema delle torri di avvistamento e di controllo del territorio. L’impianto a terra, infatti, era spesso dotato di una torre che aveva la duplice funzione di avvistamento dei tonni e degli attacchi pirati. Questo fa sì che l’impianto assuma una conformazione di tipo fortificata, riconducibile a quella del baglio di campagna: uno schema planimetrico a corte chiusa diffuso nell’economia agricola dell’entroterra siciliano, dotato di una cinta muraria a difesa di eventuali incursioni.

Lo stabilimento prende il nome di “marfaraggio” ed è il luogo cardine della comunità dei tonnaroti: all’interno di questi edifici, infatti, venivano depo- sitate le barche, le reti, le ancore e gli attrezzi nei mesi in cui la tonnara non veniva installata e si svolgevano tutte le mansioni importanti e necessarie alla lavorazione e alla conservazione del tonno. Spesso diventavano i luoghi dove i pescatori vivevano durante i mesi di calo delle reti. Per questo motivo, agli spazi di magazzini e deposito, si aggiungevano quelli adibiti ad alloggi sia per i tonnaroti che per i proprietari, e tutti quei servizi per le comuni esigenze di vita, compresi quelli religiosi: troviamo quindi spesso una chiesa o una cappella, l’alloggio per il custode, i locali dell’amministrazione, i magazzini del bottaio e del falegname, le cucine e la mensa, le lavanderie.

Esistono, però, due tipi di “marfaraggi”: la prima tipologia comprende quelli di dimensioni modeste, la cui funzione è soltanto quella di magazzino, cu- stodia e riparazione di tutti gli oggetti necessari alla pesca, quali reti, barche, ancore, arpioni; la seconda, invece, include i “marfaraggi” più grandi che comprendevano fabbricati e capannoni per la lavorazione del tonno pescato e per la sua conservazione sotto sale o sott’olio.

Per tutte queste motivazioni, ogni “marfaraggio” rappresenta, in quanto insediamento difficilmente riconducibile a tipi predeterminati, un patrimonio storico, architettonico e culturale di notevole interesse, spesso localizzato in luoghi di importante valenza paesaggistica, in cui diventa determinante il rapporto tra il mare e la costa.

La rilettura oggi del senso e dell’importanza del patrimonio delle tonnare è una cosa complessa, nonostante la sua importanza. Nella maggior parte dei casi, infatti, poco è stato fatto in materia di preservazione e valorizzazione di quello che si poteva definire come un vero e proprio “sistema territoriale”, le cui funzioni stesse della pesca e della lavorazione del pescato univano idealmente i vari complessi. Oggi, invece, appare evidente una situazione disomogenea: il sistema si è trasformato in una serie di “punti isolati” lungo la costa, che ha portato ogni tonnara verso un destino diverso: da strutture residenziali stagionali a locali per eventi e intrattenimento, da centri di ricerca a spazi espositivi, da ruderi a spazi in attesa di una nuova funzione. Una memoria frammentata di una grande storia, umana, economica e sociale.