Nel chiosare il lavoro di Daniele Franzella in occasione di una mostra recente alla Fondazione Banco di Sicilia, Sergio Troisi ha parlato di controcanto critico. Mi ha colpito

di Daniela Bigi

Nel chiosare il lavoro di Daniele Franzella in occasione di una mostra recente alla Fondazione Banco di Sicilia, Sergio Troisi ha parlato di controcanto critico. Mi ha colpito. Non sono anni di controcanto, questi, e neppure di critica, inutile negarlo. Fa dunque un certo effetto imbattersi in una posizione che problematizzi la nostra condizione senza cadere in troppo facili e didascaliche tematizzazioni politiche. Ne abbiamo viste a tonnellate negli ultimi vent’anni, non c’è una Biennale che non ne sforni centinaia in ogni edizione. Risulta più interessante, allora, muoversi dentro territori più complessi, magari incerti, o accidentati, tra forme che dicono e non dicono, oppure tra simboli collettivi scomodi, o tra tabù da riaffrontare, da smantellare.

Due nuovi progetti di Franzella per Palermo, uno appena inaugurato in piazza XIII Vittime e uno in programma per la fine di giugno alla Rizzuto Gallery, si pongono l’obiettivo di riflettere, senza potere né volere dare delle risposte, su delle contingenze, su delle storie vere, magari anche minime, come quella di un monumento cittadino dalle sorti complicate quale fu quello dedicato a Filippo IV, più volte issato e rimosso dal suo piedistallo, rinominato, infine distrutto. È alla storia di quel noto monumento che si ispira l’intervento pubblico nell’area archeologica di San Giorgio, leggibile quasi come un monumento al monumento, “a qualcosa che resta latente e che abbiamo bisogno di trattenere”, dice l’artista.

Le tante storie che egli approfondisce e che rappresentano l’innesco delle sue narrazioni plastiche sono storie che via via, durante il procedere del la- voro, perdono le connotazioni più esplicite, si fanno meno riconoscibili e di conseguenza assumono una valenza collettiva, ineluttabilmente condivisa. Conquistano, potremmo dire, un felice stato di ambiguità. Come è accaduto alla Casa del Mutilato con la mostra Anabasi, secondo appuntamento del ciclo Il Sospetto, curato da Sergio Alessandro e Helga Marsala.

Gli elementi documentari e/o iconografici che l’artista mette in campo sono quelli che la storiografia talvolta ha tralasciato o che, accumulati negli archivi, sono divenuti dati inerti, vicende mute. Riabilitarli significa ridarli in pasto all’attualità, problematizzarne i contenuti, tornare ad interrogarli.

Sul piano procedurale, lo scultore palermitano palesa la necessità di spe rimentare, di rischiare, ragionando su soluzioni che gli permettano di dare forma a dei dubbi, di gettare luce su dei vuoti, storici, esistenziali, fisici. Anche vuoti urbani. Lo fa con la scultura, con la fotografia, con le stampe digitali, con arrangiamenti sonori, con video. Lo fa cercando supporti rigidi (il cemento ad esempio) per immagini che vogliono sottrarsi alla rigidità, che cercano, pur dentro una iconicità toccante, una libertà dagli schemi usuali, dalle connessioni più ovvie, che ambiscono ad attrarre sguardi acuti e coraggiosi.

“Guardo al ‘900 come al luogo d’origine di un nuovo concetto dell’immagine – sottolinea Franzella – che non è quella prodotta dalla pratica del disegno, della pittura o della scultura. Mi interessa il processo di smaterializzazione che oggi il digitale attua sull’immagine. Non esiste, non c’è se non attraverso un’interfaccia”. La mostra di giugno, tra ceramiche, cabinet, affreschi digitali, restituirà l’immagine/esperienza di alcune spazialità. Alla base di tutto, come ormai in ogni lavoro, un pensiero che deve al Leibniz delle monadi, ripreso poi da Benjamin, e che non lo abbandona mai: “la verità non ha finestre”.