Una visita a palazzo Manganelli a Catania è come fare un viaggio nel passato. Ricostruito dopo il terremoto del 1693, conserva affreschi e arredi d’epoca. Una magnifica dimora oggi di proprietà dei principi Borghese. Romani innamorati della Sicilia

testi Costanza Di Quattro
foto Fabrizio Villa

Bisogna venire fino a Roma per raccontare un’altra dimora straordinaria in terra di Sicilia: Palazzo Manganelli, famoso per il suo giardino pensile e i suoi immensi saloni affrescati. Bisogna venire a Roma perché alla famiglia Borghese appartiene ormai da un secolo il Palazzo etneo, che ha mantenu- to il nome di don Antonio Paternò VI, barone dei Manganelli, che lo fece rinascere dalle ceneri del terremoto del 1693.

Eccoci quindi a Palazzo Borghese, un immenso e mastodontico complesso murario che, per grazia di Dio o virtù del potere, sorge in uno dei posti più belli del mondo. In parte sede dell’ambasciata di Spagna, a partire dal 1922 ha ceduto il piano nobile al circolo della caccia, eterna immagine di una gaudente e forse un po’ decadente nobiltà romana, mantenendo pur sempre parte della sua grandeur come dimora privata della famiglia Borghese, famiglia che segnò significativamente la storia dello sfarzo e della bellezza nella Roma Papalina.

Il grande portone su Largo di Fontanella Borghese è perennemente pianto- nato, eppure a bloccarti mentre provi a sbirciare non sono i soldati impettiti a guardia dell’ambasciata bensì un simpatico portiere probabilmente di casa, impinguinato in una livrea piena di alamari d’argento. Mi ferma mentre vago con il naso per aria fra le colonne del cortile interno. Vengo dunque annunciata e mi appropinquo a salire delle scale circolari fino a trovare una porta spalancata.

Qui la modernità dei gesti si fa più reale, sull’uscio della porta una donna, bionda e alta, più vicina al concetto di ragazza che di signora, mi accoglie con un grande sorriso. È Barbara Massimo, figlia del principe Massimo che, non paga della sua già imperiosa nobiltà, ha sposato Scipione Borghese, figlio del principe Borghese.

Insomma in questa casa, splendida e soleggiata, piena di antenati decorati, papi, cardinali e condottieri, si respira un concentrato aristocratico che fa- rebbe vacillare, senza troppe difficoltà, l’imperturbabile Regina Elisabetta. Barbara mi fa visitare il palazzo, inoltrandomi in un susseguirsi di saloni austeri e imponenti, ma poi sceglie per me un luogo magico. Saliamo due gradini e una luce invadente ci guida in un terrazzo verdissimo. Dominiamo Roma e siamo, viva Dio, circondati da limoni, arance, gelsomini, e rose gialle che quasi stordiscono per il profumo.

“Scipione ama la Sicilia. Se dipendesse da lui si trasferirebbe a Catania senza difficoltà. Non tanto per Palazzo Manganelli, quanto per la campagna, per l’azienda agricola, per quella libertà che solo la Sicilia gli riesce a dare”, dice Barbara Massimo.

Ecco, Palazzo Manganelli, il protagonista di queste pagine. Costruito dalla famiglia Tornabene nel 1400, passato alla famiglia Sigona, fu venduto nel 1505 a don Alvaro Paternò pretore e senatore di Catania. All’epoca il Palazzo aveva un solo piano e in stile catalano. Danneggiato pesantemente nel terremoto del 1693, fu ricostruito dal barone Manganelli con gli architetti Alonzo Di Benedetto e Felice Palazzotto. I garibaldini nel 1860 lo saccheggiarono distruggendo il mobilio settecentesco. Il Palazzo fu restaurato e ampliato nella seconda metà dell’Ottocento con l’aggiunta del secondo piano, gli interni furono riccamente ridecorati nello stile dell’epoca secondo nuove concezioni architettoniche, dove lavorò il noto pittore catanese Giuseppe Sciuti, il tutto su impulso della principessa Angela Paternò di Manganelli Torresi.

Attualmente il Palazzo ha una facciata in puro stile tardo barocco/rococò, splendido è il giardino pensile, rinomatissimo in città, esteso su due livelli uniti da una romantica scala con due fontane e un ninfeo, che si appoggia su una parte delle antiche mura cittadine oramai demolite. È nel XX secolo che passa dai Paternò ai Principi Borghese di Roma.

“Io sono innamorato perdutamente della Sicilia – dice Scipione Borghese, tanto grandioso nel nome quanto mite nei modi – mi legano a Catania moltissimi ricordi di bambino, andavamo con la famiglia a trovare i nonni, soprattutto mio nonno Flavio Borghese che aveva sposato l’ultima discendente della famiglia Paternò di Manganelli. Di mia nonna Angela non ho molti ricordi, morì che avevo appena due anni”.

Perché suo nonno, il principe Flavio Borghese, viveva a Catania, anche dopo la morte di sua moglie e non a Roma? (Scipione mi brucia la domanda con una risposta lapidaria)
“Che domanda. Perché gli piaceva di più”. Poi prosegue “In verità non vissero sempre a Catania, anzi. Per molti anni furono gentiluomo e dama di Corte al servizio della principessa Maria Josè, in quegli anni che immagino di grande sfarzo e nulla più, vissero a Napoli. Per il resto del tempo si divisero sempre tra Catania e Roma con una discreta preferenza per la Sicilia, dove a muoverli, oltre che uno spiccato senso del bello, c’erano interessi economici di tutto rispetto”.

Palazzo Manganelli era quindi una casa vissuta ordinariamente dalla sua famiglia?
“Certo che sì. Ero bambino ma ho ricordi chiarissimi dei salotti pomposi e del giardino pensile dove giocavamo nei pochi giorni a disposizione che trascorrevamo in Sicilia. Adesso il Palazzo resta casa mia e di mio cugino Flavio ma abbiamo deciso di farne un’attività commerciale. Il secondo piano è un hotel, mentre il piano nobile e il giardino sono location che affittiamo per vari eventi, da matrimoni a convegni, passando per mostre e feste private”.

E lavorare in Sicilia com’è? Le piace?
“Non è stato facile all’inizio. Per quanto io possa sentirmi molto siciliano, buona parte della mia vita l’ho vissuta a Roma. Ci si mette anche l’accento di mezzo che non lascia spazio al dubbio, quindi ho faticato un po’. Biso- gna combattere con una mentalità a volte troppo chiusa che nel tempo si è adagiata sulle sponde dei luoghi comuni, tuttavia io percepisco l’aria del cambiamento”.

Irredimibile, come diceva Sciascia, o lentamente in via di redenzione?
“Già  redenta”.

Tra i suoi titoli figura anche quello di Principe di Manganelli. Come mai? Il titolo materno può essere ereditato?
“In linea di massima no, però mia nonna Angela, madre di mio padre, era l’ultima discendente dei Paternò. Oltre a tutte le bizze dei Manganelli si portò dietro anche il titolo lasciandolo in eredità a noi Borghese”.

E con il siciliano com’è messo?
“Lo capisco abbastanza bene ma lo parlo poco. A onor del vero ho avuto qualche problema con il mezzadro in campagna. Guidavamo un fuoristrada e lui continuava a dirmi: Principe d’abbanna… ma io questo d’abbanna non lo capivo e pur di non ammettere la lacuna sono andato dritto. Per fortuna mi sono fermato in tempo…”.

Fra trent’anni, se dovesse scegliere un posto dove rifugiarsi, cosa sceglierebbe?
“Catania. Tutta la vita”. Ci salutiamo affettuosamente, dopo l’ultima spremuta di limoni sulle labbra e il gelsomino negli occhi.