Dai racconti di Cervantes ai molti indizi nascosti nelle pieghe dei secoli: dietro il nome di Shakespeare si cela forse lo scrittore coevo anglo-messinese John Florio? Un regista indaga

di Francesca Taormina

In una calda sera d’autunno del 1571, in un ospedale da campo allestito dagli spagnoli a Messina, subito dopo la battaglia di Lepanto, lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes – lì ricoverato – incontra un giovane poeta inglese, biondo e raffinato, padre siciliano e madre londinese, John Florio. È lo stesso Cervantes a raccontarlo in alcune sue novelle e da lì è iniziata la ricerca di Stefano Reali, regista di Ultimo e di Scandalo della Banca romana. “Cervantes – racconta il regista – era un cronista, le sue novelle narrano di fatti realmente accaduti e aveva realmente incontrato questo giovane dal linguaggio colto e pieno di magia”.

Ma chi era John Florio? Per rispondere Reali ha messo in scena uno spettacolo teatrale e ora una fiction girata in Spagna. Soggetto e regia sono sue. Nello spettacolo, che ha avuto un grande successo ad Agrigento, Cervantes è Giuseppe Zeno, attore di grandi fiction televisive e molto amato dal pubblico femminile, che incontra John Florio e finisce col capire quanta poesia e quanti scritti, drammi e commedie ha scritto, ma non firmato. Florio preferisce l’anonimato, ha paura di fare la fine del padre sempre perseguitato, e non ha idea del successo e dei soldi che le sue opere potrebbero procurargli.Oggi l’ipotesi, accreditata da un folto numero di studiosi, è che John Florio sia stato il vero autore dei capolavori di Shakespeare. Una serie lunghissima di indizi che negli anni ha assunto la consistenza di una prova. Da troppo tempo esistono dubbi circa la vera identità del massimo genio inglese. Chi era veramente l’autore delle straordinarie opere di William Shakespeare? L’attore di Stratford, venerato dagli inglesi, ma semianalfabeta, di cui restano un testamento che nulla dice delle opere, e alcuni contratti per prestare soldi a usura? Oppure quella lunga lista di possibili alter ego che da quattrocento anni viene proposta dai quattro angoli della terra: Francis Bacon, il terzo conte di Southampton, persino lo stesso Marlowe?

Oggi l’ipotesi, accreditata da un folto numero di studiosi, è che John Florio sia stato il vero autore dei capolavori di Shakespeare. Una serie lunghissima di indizi che negli anni ha assunto la consistenza di una prova. Da troppo tempo esistono dubbi circa la vera identità del massimo genio inglese. Chi era veramente l’autore delle straordinarie opere di William Shakespeare? L’attore di Stratford, venerato dagli inglesi, ma semianalfabeta, di cui restano un testamento che nulla dice delle opere, e alcuni contratti per prestare soldi a usura? Oppure quella lunga lista di possibili alter ego che da quattrocento anni viene proposta dai quattro angoli della terra: Francis Bacon, il terzo conte di Southampton, persino lo stesso Marlowe?

Ma nel ‘900 si fa strada un’altra ipotesi, molto convincente e più credibile: John Florio, figlio di Michelangelo, un erudito in esilio, scappato all’inquisizione da Messina e nascosto a Venezia, a Verona, prima di approdare a Londra. Dunque non Michelangelo, il colto messinese, di cui parla l’architetto Filippo Juvara, ma il figlio John, che nasce a Londra da madre londinese e sfrutta l’immensa cultura classica del padre, e in gioventù viene accolto dal conte di Southampton insieme a un giovane attore, Will di Strafford. Lui e l’attore saranno per molti anni i protetti del potente aristocratico, abiteranno lo stesso castello e la somma è presto fatta: il possibile vero autore delle meravigliose opere è John Florio. Concepire quelle opere senza una cultura classica formidabile è impossibile. E come faceva l’attore a conoscere alla perfezione la toponomastica di Messina (Molto rumore per nulla), Venezia (Il mercante) o Verona (Romeo e Giulietta) o Padova (La bisbetica domata)?

Florio padre, vicino alle tesi riformistiche, era dovuto fuggire presto da Messina: l’Inquisizione, tribunale di Fede che vegliava sull’ortodossia cattolica a suon di condanne al rogo o alla galera, stava per stringere il cerchio. Lo avrebbero trovato in breve tempo, ma lui scompare, si rifugia in Veneto e lì soggiornerà protetto da famiglie non esattamente vicine alla Chiesa di Roma. Ma i dubbi si sono moltiplicati a cominciare dai giudizi di Mark Twain, e poi di Charles Dickens, di Harry James e persino di Freud, comprovati dagli studi più recenti di molti ricercatori italiani e britannici: Saul Gerevini, Corrado Panzieri e Giulia Harding. A dare il via alle nuove ricerche, il regista Reali che sta preparando in Spagna la fiction e che si è appassionato al mistero. “Non esiste una smoking gun – dice Reali- ma una serie stringente di fatti che hanno sostanza di prova. Florio conosce la novellistica rinascimentale italiana, il greco e il latino che l’attore di Stratford ignorava. Poi il giallo si infittisce. Conosciamo il testamento olografo di Florio che lascia l’utilizzo dei suoi manoscritti al conte di Pembroke, la cui lettura la famiglia finora ha negato. Il professor Panzieri ha chiesto il permesso a Tony Blair e alla regina

Elisabetta II, ma senza successo. Non gli hanno nemmeno risposto. Per gli inglesi il problema non deve essere nemmeno posto. Il brand Shakespeare vale alcuni miliardi di sterline ed è impensabile che vi rinuncino. Persino gli scrittori elisabettiani, contemporanei di Shakespeare, fanno riferimento alla possibile frode, ma nessuno poteva sospettare che fosse così facile fare soldi con il teatro. Fu Giordano Bruno, amico dei Florio, a consigliare a John Florio e a Shakespeare di costruire un teatro più capiente e smontabile, il Globe. Smontabile perché quando cresceva il prezzo dell’affitto del terreno, veniva spostato. E quando il successo crebbe a dismisura, dopo la morte dell’autore e dell’attore, i Pembroke pubblicarono il first-folio, cioè la prima pubblicazione delle opere firmate Shakespeare, capirono che potevano dare in affitto le opere in loro possesso ai King’s man e nacquero così le royalty, antenate del nostro diritto d’autore”. Di sicuro c’è che è Florio l’autore del dizionario inglese-italiano che regala al vocabolario inglese più di ventimila nuovi vocaboli, e che la voce “Florio” dell’enciclopedia britannica nel 1880 constava di 25 pagine, ridotte due anni dopo solo a due. Il muro dell’esta- blishment stratfordiano continua a difendersi, con ogni mezzo.

“Esiste però una serie impressionante di indizi – continua Reali – e di mi- croprove. Gli inglesi tendono ovviamente a nasconderle, a camuffarle o a screditarle. Ma c’è qualcosa che non sono riusciti a cancellare. E cioè l’attività letteraria di John Florio, i libri stampati, con il suo nome. Come mai non si sa quasi nulla, di John Florio? Questa è la prima cosa che mi chiedono quando parlo di quest’argomento. In realtà se ne sa molto, di John Florio, e molto di quel che scrive si relaziona a stretto filo con le opere firmate Shakespeare”. Ma gli studiosi, anche i più coraggiosi, hanno sempre dovuto sopportare il formidabile muro che l’Inghilterra ha eretto contro ogni ipotesi “eretica” sul loro Bardo nazionale.