Ad Ambelia, tra Militello e Scordia, si allevano le razze autoctone e in via d’estinzione. Dopo l’alluvione di ottobre la tenuta è tornata a splendere e si prepara a ospitare la grande fiera del mediterraneo

di Giulio Giallombardo

Un teatro di storia e natura, dove gli attori protagonisti sono purosangue siciliani al cento per cento. Un antico podere nel cuore delle campagne catanesi, tornato a risplendere dopo il restauro e che adesso è pronto a ospitare il più grande evento equestre del centro-sud d’Italia, inserito già per questa sua prima edizione negli eventi di massimo richiamo turistico dell’Isola. Si accendono i riflettori su Ambelia, storica tenuta che si estende per 45 ettari tra Militello e Scordia, un tempo appartenuta ai nobili Branciforte, oggi di proprietà della Regione siciliana che la gestisce attraverso l’Istituto di incremento ippico. La struttura è attualmente destinata all’allevamento e al mantenimento di cavalli e asini autoctoni dell’Isola, con particolare at- tenzione al purosangue orientale, razza in via d’estinzione che rappresenta l’espressione più tipica del cavallo siciliano, e al cavallo Sanfratellano, verso il quale cresce l’interesse degli allevatori del Paese.

L’alluvione dello scorso ottobre aveva danneggiato la tenuta e i terreni cir- costanti, adesso, dopo due progetti messi a punto dal Genio civile etneo, si è provveduto a limitare il rischio idraulico, ripristinando i canali di raccolta delle acque piovane e le strade di servizio. Sono stati, inoltre, riparati i danni agli impianti sportivi e risistemati i percorsi interni, con un finanzia mento del dipartimento regionale dei Beni culturali. Così, Ambelia, dopo il restyling, può aprire le porte dal 10 al 12 maggio per la Fiera mediterranea del cavallo, un evento in cui crede fortemente il presidente della Regione, Nello Musumeci, che a Militello Val di Catania è nato, e per il quale hanno lavorato gli assessorati all’Agricoltura, al Turismo, alle Attività produttive e ai Beni culturali. La kermesse, da un lato, ha l’obiettivo di rilanciare le razze equine autoctone italiane e dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo; dall’altro punta a far conoscere un luogo dal fascino antico, spesso trascurato dai circuiti turistici ufficiali. Dal campo di addestramento all’area espositiva, dalle stradelle alle scuderie, dalle fontane agli archi antichi con le cancellate in ferro, una visita è un bel tuffo tra storia e natura.

Quella di Ambelia è una storia che affonda le sue radici nel Medioevo, quan- do era nota con il nome di Vignazza, epiteto poco alato, ma che ben rimanda alle distese di viti presenti nella zona. Faceva parte del feudo di Rasinech e apparteneva ai feudatari di Militello, dapprima i Barresi e dagli inizi del ‘600 i Branciforte. Un letterato e cronista del tempo, Filippo Caruso, scrive che “la Casina dell’Ambelia fu allora fabbricata da don Francesco Branciforte, e il terreno della campagna rimanente fu coltivato a giardini e oliveti”. In diversi periodi dell’anno i feudatari – prosegue Caruso – “vi andavano a di- morar nelle stanze e casamento che v’erano, per diporto, e l’inverno per la caccia”. Ma da Vignazza ad Ambelia il passo è breve. Fu proprio il marchese Francesco Branciforte, infatti, che intorno al 1610, su suggerimento di un amico grecista, cambiò il nome della tenuta nel più aulico Ambelia, dal greco

Ampelos, che significa proprio “vite”. Successivamente, nel ‘700, la tenuta passò ai padri benedettini di Santa Maria di Novaluce di Catania, che la migliorarono aggiungendo un grande uliveto e realizzando un trappeto per la molitura delle olive.

Ma è soltanto dopo l’Unità d’Italia che la tenuta lega il suo nome alla dif- fusione e valorizzazione delle razze equine. Con la soppressione dei beni ecclesiastici, infatti, Ambelia venne espropriata dallo Stato e assegnata al ministero della Guerra, che nel 1884 decise di destinarla a stazione di monta del “Regio deposito Cavalli Stalloni”, appena istituito a Catania. Da allora, i cavalli non se ne andranno mai. Nel secondo Dopoguerra, è stata ceduta dallo Stato alla neonata Regione siciliana, che ne ha mantenuto la destina- zione a stazione di monta, affidandone la gestione all’Istituto regionale per l’incremento ippico.

Oggi nelle scuderie di Ambelia, oltre agli asini delle razze autoctone Ra- gusana e Pantesca, sono ospitati i cavalli purosangue orientale, originari dal Medio Oriente e dall’Africa, la cui identità è certificata sin dal 1875 nello studbook italiano, il libro genealogico in cui venivano iscritti quei cavalli la cui pura origine era stata accertata. Presente anche il cavallo Sanfratellano, che deve il suo nome a San Fratello, piccolo comune sui Nebrodi, dove vive ancora allo stato brado, libero e selvaggio. Quello Ragusano, invece, è il più giovane tra gli asini di razze selezionate, riconosciuto ufficialmente nel 1953. Ha una particolare attitudine alla soma e al tiro, adattandosi con facilità ai climi rigidi, tanto che i suoi muli furono utilizzati con successo dalle truppe alpine italiane nei due confl   mondiali. Animale antico e fi è, infine, l’asino Pantesco, presente nell’isola di Pantelleria già dal I secolo avanti Cristo. Dotato di una straordiaria resistenza fisica, era ricercato in tutta Italia, diventando insostituibile per i contadini dell’isola soprattutto nelle condizioni di estremo disagio, come nel caso della mancanza d’acqua. Oggi queste quattro razze fanno di Ambelia il punto di riferimento dell’ippicultura regionale, roccaforte di storia da custodire e rilanciare.