Il palermitano Domenico Pellegrino porta alla prossima Biennale di Venezia l’installazione, rivisitazione delle tradizionali luminarie, creata per Lampedusa e a lungo adagiata Sui fondali del mare dove arrivano i migranti. Una luce di speranza

di Antonella Filippi

Una Sicilia luminosa dai decori barocchi in salsa pop illuminerà la prossima Biennale d’arte contemporanea di Venezia, la 58°, che si apre l’11 maggio: tante piccole stelle luminose scivolate nell’acqua e lì rimaste, a formare una costellazione che ha i contorni colorati dell’Isola. Si chiama “Cosmogonia mediterranea” ed è quella dell’artista palermitano Domenico Pellegrino, che s’accenderà nei saloni di Palazzo Zenobio all’interno del padiglione internazionale del Bangladesh, una rivisitazione delle più classiche luminarie che “invadono” le strade dei paesi della Sicilia nei dì di festa, durante le feste patronali e religiose.

È nata come opera subacquea immaginata dall’artista per raccontare una “visione sottosopra” del Mediterraneo e pensata per Lampedusa – sui cui fondali è stata a lungo adagiata, proprio nel punto dove arrivano le navi che salvano i migranti in mezzo al mare – perché lì Pellegrino ha fatto un viaggio al contrario, percorrendo la rotta dei viaggiatori, ma anche degli immigrati. Il binomio arte e immigrazione è un concetto che gli appartiene: “Ho pensato – spiega Pellegrino – a una luce da raggiungere, senza una forma precisa. Una via di salvezza, che sbuca invadente nel buio totale della navigazione. E chi non è riuscito a raggiungere questa luce, se l’è comunque portata dietro come ultima immagine prima di chiudere gli occhi”.

Perché il Bangladesh? “Sono stato invitato dal Bangladesh perché il tema del loro padiglione internazionale, “Thirst”, cioè la sete, si muove tra fede e acqua. Io ho un rapporto privilegiato con l’acqua e in Bangladesh l’acqua è malata. Pur possedendo 54 fiumi, con corsi condivisi con l’India, le falde sono contaminate da arsenico, o spesso devono fare i conti con la siccità. In Bangladesh si muore di sete. Il rapporto con l’acqua è vitale e malefico nello stesso tempo, si tenta di trasformare il terreno, renderlo vivo, ma il lavoro è lungo e costoso”.

Il suo messaggio di tolleranza ha viaggiato per il Mediterraneo prima di raggiungere Venezia: “Qui porterò proprio l’opera con le incrostazioni provocate dal soggiorno a Lampedusa, quasi a spiegare l’imperfezione del viaggio, quello di ognuno di noi, assieme al video di Salvo Cuccia. Un percorso immersivo e sensoriale. ‘Cosmogonia mediterranea’ non posso che dedicarla a Sebastiano Tusa, l’archeologo subacqueo recentemente scomparso; è stato lui a voler mettere quella Sicilia sott’acqua: aveva attenzione per chi, come me, lavora per rivalutare la nostra terra. Archeologia o arte contemporanea, per lui tutto era linfa vitale”.

Cosa si può fare con questi addobbi tradizionali che sono le luminarie? “Per- sonalmente rendo contemporaneo il linguaggio della luminaria e lo faccio diventare un messaggio, racconto elementi della Sicilia in giro per il mondo. Le luminarie sono simboli eterni scolpiti nel legno”. Ma c’è ancora dell’altro alla Biennale: qui approderà infatti “I’m the Island”, installazione-barca che sa di viaggio, ricerca di conoscenza, voglia di vita. Riprende Pellegrino: “Quello del Bangladesh è un popolo di pescatori che si muove con la barca, un approdo sicuro sui fiumi; anche in Sicilia questo mezzo è parte della vita, isola nell’isola, e l’acqua è un mezzo fondamentale di comunicazione e di trasferimento. Le barche laggiù rappresentano un simbolo della tradizione, come il nostro carretto siciliano: la mia affiora sull’acqua, è un tappeto luminoso che sembra rimandare ad altro, a un racconto sinuoso che supera tempo e spazio. E unisce idealmente due territori lontanissimi: il Bangladesh da cui è tratta la forma, e la Sicilia che veglia sul contenuto”.

Le luminarie, infatti, tratteggiano alcuni decori del Bangladesh, elementi presi a prestito dalla natura, riscritti e ridisegnati attraverso la cultura siciliana. L’installazione – completata da una scritta al neon “I’m The Island” – sarà esposta temporaneamente sul canale antistante a Palazzo Zenobio, per poi essere spostata all’interno della residenza settecentesca. “Il mio contributo creativo, in termini simbolici e metaforici, affronta le proprietà salvifi e terapeutiche dell’acqua, in grado di sradicare le impurità da qualsiasi organismo”.

L’imbarcazione è stata realizzata dai maestri d’ascia siciliani Rodolico, i più antichi d’Italia, citati perfino da Verga ne I Malavoglia: “Ad Acitrezza lavorano su progetto delle barche del Bangladesh, una tipologia non usuale da noi. Su entrambi i fronti, però, sconoscono il computer e qualsiasi forma di calcolo: modellano l’imbarcazione a colpi di coltello e ascia, tutto è artigianale, le misure si fanno con l’occhio. Insomma, quest’arte ce l’hanno nel Dna, fa parte della loro storia”. Eppure rischiano di dover abbandonare la loro sede: “Uno dei Rodolico ha 86 anni, ha costruito imbarcazioni di legno per tutta Italia e si commuove quando pensa di dover andar via. Tusa ci aveva istruiti sulla strada da percorrere per fare diventare quel cantiere bene immateriale dell’Unesco”.

È in un piccolo appartamento affacciato sul mercato della Vucciria – tra sapori, gente, mestieri antichi, contrasti forti – che nasce la collezione dei “Supereroi” di Pellegrino, le sculture policrome realizzate secondo tecniche artigianali tramandate da generazioni in generazione. Chi sono i supereroi di oggi? “Non cambiano rispetto a ieri, forse è diversa l’età. I supereroi sono i ragazzi, perché hanno una spinta in più, non sono cattivi. E non sono vuoti come possono sembrare all’apparenza, incapaci di approfondimenti perché travolti dalla velocità del web. Hanno un fardello in meno da sopportare: non hanno vissuto gli anni delle stragi, quelli che per noi sono stati anni di guerra in cui, ancor prima del terrorismo, non vedevamo e non conoscevamo il nemico che sparava”.