È uno degli ultimi grandi artigiani in grado di restaurare spinette, clavicembali, pianoforti. Nel suo laboratorio vicino a Palermo Ugo Casiglia riporta in vita gli antichi strumenti. Per farci risentire il suono di Chopin e Liszt

testi Simonetta Trovato
foto Igor Petyx

Tutto sta nella leva semplice. Che picchia sul tasto, produce un suono. Un gioco che inizia con il clavicembalo, il principe degli strumenti a tastiera, di cui si hanno notizie già nel XV secolo in Italia. È a corda pizzicata: un oggettino che si chiama saltarello pizzica la corda e, attraverso una banderuola di feltro, smorza la vibrazione. Alla fine del ‘600, su ispirazione del principe Ferdinando de’ Medici, figlio di Cosimo III, Granduca di Toscana, che pretese uno strumento che creasse toni “piani e forti”, Bartolomeo Cristofori inventò una meccanica a martelli: nell’anno di grazia 1700 nasceva il pianoforte.

E a cercar bene, nella casa-laboratorio di Ugo Casiglia, nella campagna vicino a Cinisi – una villa sotto la montagna, da cui si vede il mare che appare tra ulivi – si scoprono strumenti nati di lì a poco. Questo tranquillo signore è uno dei rari restauratori/costruttori di strumenti a tastiera. Con un punto di forza rispetto ai suoi colleghi: ha studiato composizione e organo in Conservatorio e ha insegnato musica a lungo. Poi la svolta, Ugo Casiglia decide di lasciare il posto sicuro di insegnante per dedicarsi al restauro degli strumenti. E a distanza di quasi trent’anni non solo è richiesto da collezionisti, istituti musicali, conservatori, teatri da tutto il mondo, dal Giappone agli Stati Uniti – in laboratorio ha un clavicembalo che arriva da Beirut, un pianoforte Pleyel con la fi di Chopin, un organo appena restaurato – ma ha trasmesso la passione al fi Claudio che da cinque anni lavora al suo fianco.

Cominciamo con il giovane Ugo che ama la musica.
“Da bambino ho scoperto di possedere una grande abilità manuale. Avevo 22 anni e studiavo in Conservatorio, organo e composizione organistica. Iniziai a frequentare gli artigiani perché scuole di restauro di strumenti antichi non ne esistono, solo a Milano ma si tratta di una liuteria. Nell’85 decido di aprire il mio laboratorio, e mi dimetto da insegnante del Conservatorio. Negli anni Ottanta, so- prattutto in Olanda, i musicisti cominciano ad interessarsi agli strumenti d’epoca o costruiti su modello antico: è stata la mia fortuna, a oggi ho restaurato cinquanta strumenti in trent’anni e ne ho costruiti un centinaio di nuovi”.

Un restauratore di pianoforti che sa suonare il pianoforte..
“Mi ha permesso di capire che cosa un musicista vuole ottenere”.

Parliamo di strumenti antichi.
“La spinetta e il virginale sono forme diverse della cassa dello strumento a pizzico. Il clavicordo è invece diverso, ha una forma rettangolare e ha convissuto con il clavicembalo, pur essendo molto diverso: una testina metallica batteva la corda che poteva essere modulata adeguatamente. Alcuni strumenti sono nati nella mente di Leonardo da Vinci ma non vennero mai utilizzati: il genio ha inventato uno strumento a tastiera, il violi-cembalo che otteneva un suono da sfregamento. Ovvero uno strumento ad arco inserito in uno strumento a tastiera. Poi pensò anche a una struttura che veniva “indossata” dal suonatore… ma è un’altra storia”.

Che cosa rende un pianoforte unico?
“Al di là del ‘mobile’ conta il suono dello strumento. Compatibilmente a ogni omologazione moderna, vedi quella di Steinway, ogni casa aveva una sua voce di un determinato colore. Per esempio Chopin amava i pianoforti francesi Pleyel: ne aveva due e li fi addirittura, adorava il loro suono caldo e avvolgente, adatto a un Notturno. Liszt invece, che era un cavallo di energia esplosiva, aveva bisogno per questo suo istrionismo sonoro, di un virtuoso Erard”.

Arriva in laboratorio un clavicembalo, un pianoforte, una spinetta…
“Bisogna avere le idee chiare sul tipo di “voce” che si vuole recuperare, ma anche sulle reali capacità dello strumento. Per suonare Chopin, Pleyel rimane ancora lo strumento ideale, vivo e contemporaneo. Il pianoforte moderno nasce nel 1859, quando Steinway inventa il telaio a cupola. Da metà ‘900 ci cominciamo ad abituare al tono americano e, in questi ultimi anni, anche a quello asiatico, di- menticando il bel suono ottocentesco, evanescente, del Romanticismo europeo”.

Lei sembra un nostalgico.
“Spesso si pensa ai pezzi storici come obsoleti o superati dalla tecnologia: invece un pianoforte ottocentesco è adeguato al gusto del suo tempo. Uno strumento non si è mai evoluto, è cambiato il gusto di chi lo ascolta”.

Ritorniamo agli strumenti che le arrivano per essere restaurati…
“Guardate questo clavicembalo tedesco dei primissimi anni del ‘700: c’è una fi Joseph, la croce Mariana e il simbolo bernardiniano, doveva essere un uomo molto religioso. Sarà interessato da un restauro ricostruttivo. Sarà pulito a fondo, smonteremo il telaio, elimineremo tasti malamente ricostruiti… e via così”. Più in là, attende un pianoforte francese del 1810, di proprietà di un collezionista italiano: non sono tantissimi, a Palermo per esempio c’è soltanto il fl Maurizio Parisi. Lo stesso Casiglia possiede moltissimi strumenti d’epoca, rintracciati (raramente) alle fi dell’usato, più spesso sul mercato antiquario o da privati. Come uno splendido clavicembalo con il coperchio opera del pittore barocco Faustino Bocchi. “A volte, ma raramente, l’affare capita al mercatino. Il Conser- vatorio possiede strumenti ad arco antichi, il Teatro Massimo ha una celesta, due strumenti a tastiera e una lira chitarra… non esiste moltissimo altro a Palermo”.

E poi c’è il Casiglia “inventore”…
“Ho ideato un modello di pianoforte che ho chiamato Primus, semplifi e semplice pur possedendo la preparazione e la tecnica Casiglia: uno strumento che non deve spaventare i principianti. I primi Primus li ho fatti io, ora li realizza mio fi     Claudio che si è organizzato anche un sito di e-commerce di accessori e strumenti per restauratori”.

Il laboratorio è punteggiato da strumenti minimali, perni, puntelli, seghetti, te- stine, feltro. Tutto è realizzato a mano, con materiali pregiati. Casiglia ci fa un regalo: un’aria del Pacini eseguita sull’antenato di un jukebox del 1826. “L’oro- logiaio viennese Anton Bayer venne chiamato da Ferdinando IV di Borbone per costruire due macchine musicali per la Reggia di Caserta e tre per Palermo. Una è a Palazzo Mirto, una partì per l’estero. E la terza era a palazzo Butera: eccola, passata di mano in mano dopo la cessione all’asta degli arredi, prima che fosse venduta l’intera residenza ai Valsecchi”.

È un organo da camera (un Flöte Uhr), di fatto un carillon gigantesco, che suona quando le lancette arrivano sulle 12. Ogni rullo ha la sua musica. E Ugo Casiglia possiede 22 rulli…