È questo il migliore insegnamento che Enrico Lo Verso ha appreso in trent’anni di carriera. E lo mette in pratica passando dalle scene impegnate con i testi di Pirandello al varietà televisivo dove s’improvvisa ballerino. “Il nostro”, dice, “è un mestiere difficile e non si può rovinarlo con la paura”

di Marta Gentilucci

Cos’abbia imparato in più di trent’anni di carriera è presto detto: “Divertirsi è fondamentale, perché questo mestiere è pieno di porte in faccia e delusioni. Non bisogna rovinarlo con la paura di mettersi in gioco o con l’ansia da prestazione. Questo lavoro devi farlo con gioia”. L’attore palermitano Enrico Lo Verso, classe 1964, trova così la formula perfetta per spiegare la sua poliedricità: concorrente a Ballando Con Le Stelle, attore impegnato di cinema e teatro. La chiave d’accesso a ogni nuova sfida: divertirsi, sempre.

E così, se nel 2017 è stato il pittore Giovanni Santi nel biopic firmato Sky su Raffaello, nel 2018 Michelangelo Buonarroti in Michelangelo-Infinito (“Il ruolo più difficile che abbia mai interpretato”), adesso può essere il ballerina in pailletes che danza il charleston nella prima serata di Rai1 e, contem- poraneamente, protagonista di Uno, Nessuno, Centomila di Pirandello, per l’adattamento di Alessandra Pizzi. Due mondi inconciliabili? Niente affatto. “In realtà – spiega trafelato, mentre cammina per raggiungere in fretta le prove in teatro – non c’è contraddizione: si tratta sempre di stare sul palcoscenico, cercando di dare il massimo per il proprio pubblico”. Nazionalpopolare o elitario poco importa. “Devo dire che sono molto contento – continua, parlando della parentesi televisiva che sta vivendo a fianco della ballerina Samanta Togni, da anni volto noto del programma della Rai – Mi sono trovato in un ambiente connotato da una grandissima professionalità, nessuno che si creda un divo. Sento di miglio rare moltissimo, nonostante i giudici mi diano voti vergognosi”, ride. “In generale ogni nuova cosa che faccio la vedo come un’occasione di vita, un accrescimento”.

E poi, ballerino ci si sentiva fin da bambino, in quella Sicilia degli anni ’70 che ancora non vedeva di buon occhio i danzatori uomini.“Non mi ero potuto iscrivere a un corso di danza e, per sfogarmi, andavo in discoteca, col piglio da John Travolta ne La Febbre del Sabato Sera. Ballavo scatenato, imitando le star del grande schermo: Fred Astaire, Gene Kelly…”. E che altro faceva, nei lunghi pomeriggi palermitani? “L’altro mito d’infanzia era Zorro. Quando ho dovuto imparare a fare scherma per il film Il destino di un guerriero (Agustin Diaz Yanes, 2005), ero felicissimo. Il maestro che mi aveva allenato per cinque lunghi mesi, alla fine delle riprese, mi ha regalato una spada. Non me ne sono più separato. Adesso invece mi ritrovo a imparare a danzare. Con la consapevolezza che non mi sto giocando niente. Nessuna ansia da prestazione, nessuna paura di mettermi in ridicolo, perché la mia carriera è un’altra”.

Un lato del suo carattere che l’ha aiutato? “Sono sempre stato caparbio. La caparbietà mi ha fatto ottenere il ruolo del protagonista ne Il ladro di bambini di Gianni Amelio. Ero al provino, inferocito perché avevo saputo che avevano già scelto Antonio Banderas per quella parte. Guardavo la videocamera e non proferivo parola, con aria di sfida. Quell’atteggiamento è stato tra le cose che ha convinto Amelio a scegliermi al posto di Banderas”. Siamo nel 1992, la sua grande affermazione. Poi sono arrivati, sempre con Amelio, Lamerica e Così ridevano. E ancora Del perduto amore di Michele Placido; Mario, Maria e Mario di Ettore Scola, La scorta di Ricky Tognazzi dove ha interpretato il caposcorta del magistrato Carlo Cecchi, ucciso con lui dalla mafia. Anni di impegno, quelli che seguirono alle stragi Falcone e Borsellino. Poi è decollata la sua carriera internazionale, in Francia, in Spagna, ma anche negli Stati Uniti, con Hannibal di Ridley Scott, in cui venne scelto insieme ad altri due italiani d’eccezione come Giancarlo Giannini e Francesca Neri.

“Caparbio lo sono ancora. Confesso un segreto: nella puntata del 13 aprile stavo malissimo, venivo da una settimana di stress psicofisico e di spostamenti continui, sballottato tra la Puglia e la Sicilia per Uno, Nessuno, Centomila e con le prove di Ballando Con Le Stelle a Roma. Avevo la cervicale in fiamme e mi sentivo completamente stralunato. La coreografia di charleston che avrei dovuto portare in scena con Samanta, in prova, non era riuscita bene neanche una volta. A pochi minuti dalla diretta mi sono detto: adesso, caschi il mondo, devo farlo bene. E tutto ha funzionato”.

E poi il rispetto del lavoro degli altri. “Sento molto, al cinema come a teatro, la responsabilità di non deludere chi ha investito su di me. Mi sento in dovere di far bene anche per loro, per il regista che mi ha scelto, per chi lavora dietro le quinte, per la gente che spenderà dei soldi per venire a vedere quel film, quello spettacolo…”. Ricorda gli esordi appena sedicenne nell’Agamennone di Eschilo, allievo della scuola dell’Istituto nazionale del dramma antico, davanti alle dodicimila persone che gremivano il Teatro greco di Siracusa: “Quello è stato il mio battesimo con l’ansia. Da quel momento non ho più avuto paura di esibirmi”.

L’amore per la recitazione nasce ancora prima, in un inizio estate tumultuoso dei primi anni ’70, spettatore bambino seduto sulle gradinate dure del teatro greco di Siracusa. “È stata una vera e propria folgorazione, nonostante non avessi ancora la consapevolezza di voler fare quello per tutta la vita”. Quella è arrivata durante gli anni di studio, al Centro sperimentale di cinematografia e all’Istituto nazionale del dramma antico. “All’inizio era una sorta di gioco. Come giocare a guardie e ladri o a mosca cieca. Avevo la possibilità di vestire panni e ruoli diversi. Avevo capito che, con il teatro, ci si poteva divertire più che con i classici giochi da bambini”.

Se dovesse scegliere un luogo del cuore in Sicilia, direbbe Mondello: non quella di oggi, caotica e rumorosa, ma quella della sua infanzia, dove ha imparato a nuotare e a mangiare il gelato nei chioschi di legno, immerso nel silenzio da borgo marinaro. “Anche mio padre ha imparato a nuotare lì”. Per lui la Sicilia ha ancora quell’imponenza millenaria delle colonne greche, quel fascino inscalfi      da dea, tanto che “quando alla conferenza stampa per il calendario Pirelli, una giornalista mi ha chiesto quanto tempo ci avessero messo per scattare quella foto (la foto di lui accanto a una colonna greca, ndr), io ho risposto: ‘Tremila anni, perché quella colonna esiste da tremila anni e io sono cresciuto accanto a colonne come quella’”, ride.

Il fascino da dea e la voce di Pirandello. “Uno, Nessuno, Centomila è uno spettacolo che, a due anni dal suo esordio in teatro, continua a riscuotere un successo enorme. E, tra i motivi, c’è anche il fatto che io e Vitangelo Moscarda parliamo la stessa lingua. Quando ho iniziato a interagire con il suo personaggio, sapevo già come fosse fatto, che voce avesse, cosa pen- sasse. E questo perché noi siciliani siamo cresciuti leggendo Pirandello. La chiave di tutto”.