Sono stato recentemente a New York e, nell’insonnia mattutina del jet lag, ho percorso una parte del cosiddetto Medical Corridor che connette 11 ospedali lungo East Manhattan…

di Maurizio Carta

Sono stato recentemente a New York e, nell’insonnia mattutina del jet lag, ho percorso una parte del cosiddetto Medical Corridor che connette 11 ospedali lungo East Manhattan, generando una “dorsale della salute” che rivitalizza i quartieri amplificando gli effetti della interazione tra medici, paramedici, pazienti e famiglie, studenti, docenti e ricercatori, imprenditori e finanziatori, interconnessi alla vasta filiera della sanità.

Basta guardare le architetture degli edifici, entrare nelle sale di attesa o nei pronto soccorso, scorgere i laboratori e intravedere le aule universitarie per capire che è un sistema a forte cooperazione tra pubblico (poco) e privato (molto) che, pur con le sue ben note iniquità, riesce a riverberare la sua potenza sulla città. Viene naturale il confronto con il sistema sanitario italiano, con la sua protezione universale e l’accessibilità a costi democratici che garantisce ai malati di avere buoni medici ma strutture fatiscenti, tristi, inadeguate a risollevare lo spirito insieme alla cura del corpo (con poche eccezioni e un divario geografico).

Tuttavia, i costi complessivi per garantire la salute degli italiani non sono pochi, gravando su tutti attraverso la fiscalità per svariati miliardi e muovendo altrettante risorse indirette (con noti sprechi o misfatti), pur non riuscendo a produrre luoghi di qualità (con poche eccezioni). Esiste un modello intermedio tra quello esclusivo americano e quello universale italiano?

Ritengo necessario in Italia e soprattutto in Sicilia, senza aggravare di ulteriori costi i malati, considerare la salute un potente sistema integrato nella città per moltiplicare le risorse già esistenti, generando un valore aggiunto dell’integrazione spaziale tra l’attività clinica e la tecnologia biomedica, l’edilizia e i materiali, le politiche sociali e quelle urbanistiche, la ricettività e la riabilitazione, la ricerca farmaceutica e quella accademica. Io penso che un nuovo modello democratico e integrato di salute possa essere un propulsore economico e quindi un creatore della bellezza delle città.

Propongo una “urbanistica della salute”, fertile campo di sperimentazione per le tre città metropolitane siciliane e per i loro Policlinici innervati con le università capaci di rigenerare il tessuto urbano circostante, connettendosi agli altri poli ospedalieri pubblici e privati. Anche le altre città siciliane potrebbero offrire nuove declinazioni alla filiera della salute, legate al benessere, agli stili di vita e ai regimi alimentari. Se non vogliamo rimanere intrappolati nell’eterno presente della sanità siciliana, apriamo le porte al diverso presente della città della salute.