La declamava il nonno e, racconta l’attrice palermitana Miriam Dalmazio, quel ricordo l’ha legata per sempre al fascino della recitazione. Con ottimi risultati

di Marta Gentilucci

C’è un momento della sua vita di bambina che le si ripresenta spesso nei sogni. Suo nonno – un lavoro in Marina ma una passione per la recitazione – che legge in modo magistrale la Divina Commedia a una cugina più grande, intenta a preparare la maturità. “Io ero molto piccola ma ricordo che ne rimasi affascinata. Mi sembra di avere ancora quel tipo di rapporto con mio nonno, anche dopo la sua morte: un legame ultraterreno, suggellato proprio dalla comune passione per la recitazione”.

Così Miriam Dalmazio traccia una possibile linea genetica del mestiere che ha scelto, quello che l’ha portata a essere la marchesina ‘Ntontò, protagonista femminile de La stagione della cacciatratto da Camilleri, a fianco di Francesco Scianna, stessa generazione (lui nato nel 1982, lei nel 1987), stessa città di origine: Palermo.

“Ho accompagnato un’amica al provino della fiction Rai Agrodolce e il responsabile casting ha insistito perché lo facessi anch’io. ‘Dai, prova, saresti perfetta’. Alla fine hanno preso me. Mi sono ritrovata, quasi di colpo, a fare levatacce ogni mattina per raggiungere il set a Termini Imerese. Avevo 19 anni e una grande paura. Devo ringraziare Consuelo Lupo, actor coach, una vera e propria maestra di vita, che mi ha incoraggiato moltissimo. La sera ero a casa sua, a leggere il copione e imparare le battute”.

Il viso è lo stesso di dieci anni fa, con gli occhi grandi e l’incarnato pallido, da bellezza nordica più che siciliana. Forse è cambiato solo il colore dei capelli e l’espressione di chi non è più una ragazzina alle prime armi. E le vocali aperte, da palermitana doc, che non ci sono più: “Le ho sconfitte un’estate. Non avevo nulla da fare e ho preso i Sonetti di Shakespeare. Con il dizionario accanto, accentavo parola per parola e leggevo registrando la mia voce. Mi riascoltavo, urlavo indignata: Che schifo!, e rifacevo tutto daccapo finché non ero soddisfatta. Dopo un’intera estate trascorsa così, la dizione non ha più avuto segreti per me”.

“Per il resto sono rimasta la Miriam che ero. Umile, con i piedi per terra. Forse solo con un pizzico di sicurezza in più. A ogni nuova esperienza credo di imparare qualcosa su me stessa che prima non conoscevo. E questa è una forza. Su uno degli ultimi set, quello de Il mio corpo vi seppellirà di Giovanni La Pàrola, un pulp western ambientato nella Sicilia ottocentesca, ho dovuto imparare a cavalcare – cosa mai fatta prima di allora – e ho scoperto che amo follemente i cavalli e che continuerò a fare equitazione”, ride.

Per le riprese del cortometraggio di Giuseppe Carleo, Parru pi tía, sulla magia popolare siciliana, ha dovuto invece ritirare fuori i ricordi del passato, di bambina cresciuta alla Noce, quartiere popolare di Palermo. “Ho interpretato il ruolo di una popolana, dovevo gesticolare e parlare in modo sguaiato. Ho messo da parte la dizione, riesumato le vocali aperte e il palermitano stretto parlato dalla gente della Noce. È come se fossi tornata alle origini. Giuseppe Carleo è la parte siciliana che mi ritrovo anche a Roma. La prima cosa che facciamo, quando ci vediamo, è pranzare insieme. Combattiamo la brutta abitudine del mangiare in fretta riscoprendo il piacere della convivialità lenta, restando seduti a tavola per ore, a mangiare e chiacchierare. Come solo i siciliani sanno fare”, ride.

Suo figlio Ian, due anni e mezzo, piange dalla stanza accanto. Lei si distrae, perde il filo, si scusa con la tenerezza di una mamma in apprensione. “Nonostante tutto riesco a essere una madre presente e un’attrice attiva ma non riesco a fare nient’altro. Tutte le energie si esauriscono. Ho però la fortuna di avere un compagno che mi aiuta e i nonni paterni che vivono a Roma come noi, così da non lasciare Ian con la babysitter o con persone estranee”. Il Cacciatore (la serie di Rai2 ispirata all’autobiografia di Alfonso Sabella, Il Cacciatore di mafiosi) è stata un’esperienza importantissima anche perché è stata la prima cosa che ho fatto dopo la maternità. Ero ancora molto emotiva, sulle mie, e ritrovarmi in un set caloroso, con persone empatiche – Stefano Lodovichi e Davide Marengo, i registi, e Francesco Montanari – mi ha fatto sentire a casa, in famiglia”.

“Già mentre giravamo capivamo di stare facendo qualcosa di bello e importante. Mi piaceva l’idea di interpretare il ruolo di una donna così moderna, indipendente e fuori dagli schemi, che anticipava i tempi anche nel modo di vestire. Francesco Montanari, poi, è il partner ideale perché ha una solidità rara e mi ha dato molta serenità”.

Poi Miriam è stata anche Bona di Savoia (moglie del Duca Giangaleazzo Sforza) nella seconda stagione della produzione internazionale I Medici e, a ottobre scorso, accanto a Luisa Ranieri ne La vita promessa, la serie di Rai1 incentrata sulle vicende di una famiglia di siciliani nella New York degli anni del proibizionismo, per la regia di Ricky Tognazzi. “Mi piacciono le sfide: interpretare personaggi profondamente distanti da me e diversissimi tra loro. Io, che nella vita sono una molto flemmatica, lenta, che pensa, riflette a lungo, vengo attratta al contrario da ruoli vitali, calorosi. Credo comunque di avere, seppur in maniera non troppo esplicita, una mia focosità dovuta all’essere siciliana. E poi sono istintiva: non sono una che programma ogni cosa, che impara a memoria le azioni. Mi piace far vivere il mio personaggio in relazione agli altri personaggi, vivo molto la scena. Mi faccio delle idee prima del set che magari sopravvivono per settimane, mesi, e poi, sul set, le rivoluziono completamente”. 

A Palermo non torna spesso, ma la considera comunque la sua “culla”, il luogo dell’infanzia, degli affetti, dei ricordi. “Nella mia mente Palermo è ancora quella di quando ero bambina: ancestrale, autentica, in qualche modo primitiva. Adesso, quando ci torno, ritrovo una città europea, diversa ma ugualmente bellissima”. Non più “casa” nel senso esclusivo del termine, perché “vivo nel mondo, viaggio tantissimo, sono molto irrequieta e non riesco a stare ferma in un unico posto. Con significati diversi, riesco a far coesistere più concetti di “casa. E poi così porto la mia sicilianità nel mondo”.