Grandi film con Tornatore, Comencini, Placido, in scena con mostri sacri come Morgan Freeman. A teatro con Ronconi, Lee Strasberg, Emma Dante. E in televisione con le fiction, da quella di Pif (La mafia uccide solo d’estate) all’ultima, tratta da un racconto di Camilleri. Storia di Francesco Scianna, attore con una sola passione: la recitazione

di Antonella Filippi

A Francesco Scianna è riuscita un’impresa impossibile: a 26 anni ha visto come sarà a settanta, non capita a tutti. Ha giocato con se stesso e col tempo: “Un regalo che mi ha fatto Peppino Tornatore affidandomi, dopo sedici provini, il ruolo di Peppino Torrenuova in Baarìa”.

Un vaccaro da bambino, politico appassionato da giovane, padre amorevole nella maturità. In ogni intervista Scianna sa essere riconoscente con il regista: “Accanto alla Comencini ho iniziato a formare la mia struttura professionale perché lei è capace di cogliere ogni bisogno dell’attore e mi ha dato consigli preziosi. A Tornatore mi sono completamente affidato, nei suoi confronti ho attraversato una fase iniziale di reverenza: è un grande e si vede dagli occhi, dal respiro, dalle parole, dalla passione, dalla conoscenza, dall’amore. A poco a poco cominciavo a capire ciò che mi chiedeva senza che me lo chiedesse, maturavo, mi sentivo libero perfino di sbagliare. Lui dirige da dio ma tu devi volare e io ho cercato di dare non solo l’aiuto del primo violino al direttore d’orchestra ma anche di proporre. Placido l’ho temuto molto, ma mi ha promosso sul set. È bello, in questo mestiere, incontrare maestri”.

Francesco Scianna da Bagheria, nutrito a pane e Tempi moderni di Chaplin, è arrivato al cinema molto giovane, a 19 anni, quando Cristina Comencini se lo prese per Il più bel giorno della mia vita, mentre frequentava l’ultimo anno dell’Accademia di Arte Drammatica Silvio D’Amico e studiava teatro classico. A Baarìa sono seguiti film d’autore con Placido e Ozpeteck, e lui è arrivato a toccare Hollywood, recitando accanto a mostri sacri come Morgan Freeman e Joaquin Phoenix.  Poi il teatro, dove ha lavorato mica con uno qualunque ma con Ronconi, Lee Strasberg a New York, Emma Dante. Un fitto carnet di lavori di qualità anche in tv, dove la sua presenza è un po’ dappertutto, soprattutto in… Sicilia: Il capo dei capiLa mafia uccide solo d’estate – dove è lo zio del piccolo Salvatore Giammaresi, latin lover ingenuo che con la mafia entra in un gioco più grande di lui –  Maltese – il romanzo del commissario e il più recente La stagione della caccia – C’era una volta Vigata.

“La qualità paga sempre ma quando si parla di mafia la lettura vincente è quella del linguaggio grottesco che fa muovere al riso e consente di rendere ridicole le figure mafiose, evitando la fascinazione del male”, dice, mentre i fan chiedono a gran voce la terza serie della fiction diretta da Pif. Tra tanti film al cinema e in tv, l’avverarsi di un sogno per Francesco è stato vestire i panni di Oreste nell’ Orestea a Siracusa: “Un luogo magico per interpretare un ruolo che era stato di Gassman”. Francesco fino a 16 anni non aveva le idee chiare su cosa volesse fare da grande: spaziava dall’allevatore al tennista, dall’architetto al veterinario, all’insegnante di matematica. Insomma, una gran confusione, fino all’adolescenza. Poi non smise più di credere nella recitazione. Ultima prova al cinema è Attenti al gorilla di Luca Miniero: è Alfredo, il compagno di Cristiana Capotondi, si occupa dei suoi figli. E la vuole sposare. Un ruolo da cui viene fuori la sua anima casalinga, quella di uno che ama passare l’aspirapolvere.

Quando si racconta, non dimentica mai i ricordi siciliani, quelli più lontani e quelli più recenti: “I primi sette anni della mia vita sono stati “baarioti”, con i nonni accanto che mi hanno trasmesso tante passioni. Una su tutte, quella per i canarini, ne avevo 26, un piccolo allevamento e giocavo con tutti i tipi di accoppiamenti per creare colori che mi affascinassero. Poi ci siamo trasferiti a Palermo ma le mie estati si dividevano tra campagna e mare, dove prendeva corpo un’altra mia grande passione, quella per la pesca: gli appuntamenti all’alba, l’odore del mare, i tramonti. Abitavo nella Palermo moderna, dalle parti dello stadio”.

C’è il preside del Galilei, Antonio Giordano, che avvicinò questo ragazzo bravo a scuola, al teatro, lo fece entrare nella sua compagnia e partecipare anche ad alcuni spettacoli di “Palermo di scena”. C’è il vaccaro di Baarìa che gli ha insegnato a mungere le vacche, persona di grande umanità, capace di aprirgli un mondo, quello di Peppino Torrenuova. Ci sono le sue visite a Palermo, adesso: “Esploro il mare, vado in barca, mi metto in contatto con la natura, mi concedo un look selvaggio. Ho conosciuto meglio Palermo da quando non ci abito, la chiesa dei Cappuccini l’ho scoperta a 26 anni. C’è bisogno di un viaggio per conoscere davvero le proprie origini. La Sicilia è un luogo di contraddizioni ma bellissimo con una forza, una cultura e una vitalità fatta di mare, sole, fatica. Io vorrei vivere a Filicudi o a Stromboli, e amo pescare a Lampedusa con il mio amico Massimo Ciavarro”.

Una fisicità siciliana, un viso “da maschera greca”, definizione con cui lo consolava la mamma quando lui si sentiva uno sfigato con nasone e riccioli incontrollabili. Oggi si è abbondantemente riconciliato con il suo fisico: bella faccia mediterranea, folti capelli neri, fisico atletico ed elegante, piace. Ma precisa sempre: “L’aspetto mi aiuta ad abitare i personaggi, uso ciò che ho, ogni attore lavora col proprio corpo. Latin lover io? Ho solo interpretato quel ruolo, e ho capito che quello è un gioco che nasconde fragilità e un profondo bisogno di sentirsi amati. Ho dentro di me una parte femminile che nutro e sviluppo, non mi piacciono certe forme di machismo. Sono un timido, uno attratto, per indole, dall’opposto”.