Un progetto realizzato dagli studenti di architettura di Palermo disegna il futuro di Gibellina, il paese distrutto cinquant’anni fa dal terremoto e mai veramente tornato a vivere. Obbiettivo: creare un luogo a misura d’uomo

di Giulio Giallombardo

Gibellina e il suo doppio. C’è la città inghiottita dalla terra, che rivive nella memoria di pochi. Cancellata in una notte di gennaio di cinquant’anni fa, quando la Valle del Belice fu lacerata da un terremoto che ancora oggi fa paura. Poi c’è la Gibellina del presente, costruita a diciotto chilometri di distanza dai ruderi di se stessa, figlia di un’idea astratta e straniante, dettata dall’emergenza e dall’utopia. Due vite di una stessa comunità smarrita, che adesso si proiettano in un futuro non troppo lontano, in cui realizzare finalmente il sogno di una città vivibile. È tutto scritto nel progetto “Transizioni Gibellina/Gibellina. La città che visse due volte. Immagini di futuro da un diverso presente”, un’idea ambiziosa che sovrappone in modo originale passato, presente e futuro del centro belicino.

Protagonisti gli elaborati di una trentina di studenti del Laboratorio di Urbanistica 2 del corso di laurea in Architettura dell’Università di Palermo, coordinati da Alessandra Badami. Le tavole del progetto insieme a un grande plastico che riproduce la Gibellina del presente e quella di un possibile futuro, sono state riunite in una mostra allestita nella città belicina fino al 10 marzo scorso nella Galleria Mag, all’interno del Meeting di Pietro Consagra. Poi l’esposizione si è trasferita a Palermo, nella sala lettura della biblioteca del Dipartimento di Architettura, tranne il plastico che è stato donato al Comune di Gibellina. Dal 27 giugno fino a settembre, infine, la mostra tornerà a essere custodita dai gibellinesi, nella Sala Agorà del Palazzo Municipale, recentemente intitolata a Leonardo Sciascia.

L’esposizione è articolata in tre sezioni. La prima è dedicata a Gibellina antica e contiene un documento inedito: la ricostruzione su tavola dell’antica area urbana prima del terremoto, con la localizzazione di tutte le attività presenti nella città. Un lavoro certosino realizzato utilizzando le vecchie cartografie e recuperando gli antichi dati catastali, tutti ridisegnati in digitale. Grazie alla collaborazione di Carlo La Monica, vera e propria memoria storica dell’antica Gibellina, gli studenti sono riusciti a individuare sia gli edifici storici e religiosi, come chiese e palazzi, sia scuole e edifici pubblici, ma soprattutto le attività commerciali, ricreative e ricettive che animavano la comunità.

Ci sono tutti: barbieri, calzolai, fabbri, fruttivendoli, lavanderie, rivendite di tabacchi, bar, panifici, parruccherie, sarti, negozi di tessuti e perfino il vecchio cinema Ariston e l’albergo Circello. L’elenco è completato dalle attività industriali della zona: il macello comunale, mulini, falegnamerie, industrie di gesso e calce e anche un oleificio. Un altro aspetto inedito contenuto nella prima tavola è la sovrapposizione tra la cartografia antica e il Cretto, la grande opera di Alberto Burri che copre, come un sudario di pietra, la vecchia Gibellina. Gli studenti, guidati dalla professoressa Badami, hanno individuato alcune vie del Cretto che ripercorrono le principali direttrici stradali dell’antica città, come via Umberto I, via Roma, via Mazzini e via Sant’Antonio.

La seconda sezione del progetto, invece, analizza lucidamente il presente: la nuova Gibellina, con tutte le varianti che si sono susseguite fino alla metà degli anni ‘90. È un’analisi approfondita sulla poco lungimirante opera di ricostruzione imposta dall’Ises, l’Istituto per lo sviluppo dell’edilizia sociale, gestito dal Ministero dei Lavori pubblici.

Alla luce dell’emergenza post-terremoto, gli ingegneri dell’Ises elaborarono un piano di trasferimento totale del paese, secondo un modello urbanistico ispirato alle new town di concezione nordeuropea, non coerente con il territorio siciliano. Una dimensione di insediamento sparsa, basata sulla casa a schiera con giardino, caratterizzata da un’eccessiva dilatazione dello spazio. Sono stati usati criteri “moderni” per l’epoca, proiettati in teoria verso i bisogni di una nuova società da affrancare rispetto a un passato basato su modelli economici prevalentemente agricoli. Ma il risultato è stato disastroso, con i contadini del Belice costretti a percorrere sui propri trattori stradoni e piazze senza identità, con le donne senza più alcun riferimento di luoghi e di spazi. Un progetto scollato dalle dinamiche sociali ma anche dalle caratteristiche climatiche dell’entroterra siciliano, elementi che dovrebbero essere alla base di ogni progettazione architettonica. E che ha interrotto il consueto rapporto casa-strada.

Ha influito negativamente anche la mancanza di un “centro” riconoscibile come tale e le dimensioni più ampie dell’area urbana, con la conseguente diminuzione della densità abitativa. Una stortura urbanistica alleviata almeno in parte dalla sensibilità visionaria di Ludovico Corrao, che trasformò Gibellina in uno straordinario esempio di museo en plein air, invitando artisti di tutto il mondo a lasciare un segno nella ricostruzione.

Tappa fondamentale del progetto “Transizioni” è poi la “carta dei problemi”, un esempio di urbanistica partecipata applicata al territorio. A differenza dei modelli imposti dall’alto, il gruppo di studenti coordinato da Alessandra Badami ha trascorso tre giorni a Gibellina, incontrando gli alunni della scuola media Santissimo Papa Giovanni XXIII, e confrontandosi con l’amministrazione comunale e le associazioni del posto, per capire desideri e aspettative dei residenti. Il risultato è una mappa colorata, in cui sono indicate tutte le criticità e i servizi che i ragazzi vorrebbero: cinema, laboratori didattici, di musica e danza, sale giochi, equitazione nelle scuole, piste ciclabili e per gli skateboard, tutti interventi volti a migliorare gli spazi, i servizi pubblici e le aree verdi.

Strettamente collegata alla “carta dei problemi” è, infine, la terza sezione, interamente dedicata alla Gibellina del futuro. Si tratta di progetti realizzati dagli studenti, suddivisi in otto gruppi, che hanno immaginato una città diversa e più a misura d’uomo. Tutte le idee elaborate sono accompagnate da specifici “patti di collaborazione”, curati da Giovanni Scala, docente del corso di Diritto urbanistico, integrato al Laboratorio di Urbanistica 2. Grazie a questi “patti” viene individuata la strategia attuativa dei progetti, spiegando come questi saranno realizzati, finanziati e gestiti anche da partner privati, in modo da alleggerire le competenze dell’amministrazione comunale, che spesso non può farsi carico della gestione di tutti gli spazi pubblici. Così, la piazza centrale del paese, davanti al Teatro di Consagra, nei progetti degli studenti, viene colorata e immaginata piena di bar, ristoranti e negozi: tutte attività che rianimano quello che dovrebbe essere il cuore pulsante della città. Un altro progetto prevede, invece, il recupero e la bonifica del lago, con la realizzazione di una piscina all’aperto e una piazza sull’acqua. E ancora, sfruttando i portici attualmente inutilizzati di alcuni edifici popolari, si è immaginato di realizzare un mercato a chilometro zero, delimitato da un filo rosso, installazione artistica che guida i cittadini nelle varie aree di mercato.

Un altro progetto prevede la creazione di una cittadella della salute, un nuovo centro sportivo rivolto non solo ai gibellinesi, ma anche a un comprensorio più vasto. E ancora, spazio alla riqualificazione delle aree pedonali attorno al Museo civico, ripensate con una nuova pavimentazione e con un canale che richiama quelli dei giardini arabi; un orto botanico totalmente reinventato, con spazio co-working, percorso percettivo per bambini, centro ricreativo per la terza età e anche una fontana che diventa spazio teatrale. Gli studenti, hanno pensato, inoltre, di completare il sistema delle Cinque piazze, progettate da Franco Purini e Laura Thermes, aggiungendone una sesta, caratterizzata da arcate che riprendono un po’ le tabernae pompeiane, con l’obiettivo di rianimare le piazze con luoghi aperti al commercio e alla ristorazione.

“In Sicilia ci sono non solo patrimoni culturali e naturali, ma soprattutto risorse umane di valore eccezionale – sottolinea Alessandra Badami -. Io lavoro per la formazione e l’autoaffermazione delle giovani generazioni, affinché siano in grado di comprendere il valore del patrimonio della loro regione e di diventare professionisti capaci di valorizzare l’eredità loro tramandata con orgoglio e capacità progettuale, perché il futuro si costruisce a partire da un diverso presente”.