Agli inizi dell’Ottocento Carlo Cottone di Castelnuovo diede vita al suo lungimirante progetto di una scuola d’agraria per i più poveri e per modernizzare i sistemi di coltivazione. Palazzi e annessi esistono ancora. Un’opera da visitare

testi Laura Grimaldi
foto Tullio Puglia

Le divise grigie e blu allineate nell’armadio. Le scarpe appaiate e ben riposte in scomparti dedicati. Suona ancora la vecchia campanella appesa all’ingresso del refettorio, sotto la scala a chiocciola che porta su alle camerate. Con un po’ di immaginazione si può dare volto e voce ai tanti ragazzi che in passato indossarono quelle giacche, pantaloni e scarpe, che presero posto ai tavoli in marmo bianco del refettorio, che alloggiarono nelle due sale del dormitorio e frequentarono le scuole dell’Istituto agrario Castelnuovo di Palermo. Dal nome del principe Carlo Cottone che all’inizio dell’Ottocento ebbe l’ardita idea di fondare a proprie spese “un seminario di Agricoltura” all’interno del parco della sua prediletta Villa dei Colli. Di destinare le sue proprietà a campi agrari d’istruzione per “giovani villici seminaristi”. Così sta scritto in uno dei suoi tre testamenti.

Tra i capi di quel partito riformista siciliano che sotto i Borbone portò nel 1812 all’emanazione di una costituzione mai veramente applicata, il principe di Castelnuovo si ritirò qualche anno dopo dalla vita politica per dedicarsi al visionario progetto di un Istituto di Agricoltura per l’educazione e la formazione gratuita di “ragazzi villici”. Per aiutarli a diventare agricoltori intelligenti e pratici “che possano o prestarsi utilmente all’ufficio di buon fattore, o ben coltivare la terra per conto proprio”. La giusta risposta alle esigenze dell’agricoltura siciliana di allora agevolando la diffusione dei migliori e più nuovi metodi di coltivazione.  

Morì nel 1829 senza vedere realizzato il suo ambizioso progetto che Ferdinando I di Borbone, re del Regno delle due Sicilie, volle approvare per le sue finalità educative e morali autorizzandone nel 1819 la costruzione. L’Istituto agrario fu inaugurato il 16 novembre 1847 dal Cavalier Ruggiero Settimo dei principi di Fitalia, “impareggiabile amico” del principe di Castelnuovo e da lui “nominato per testamento esecutore fiduciario dell’intero suo patrimonio e delle sue sacre volontà tutte consacrate a vantaggio di questa sua patria diletta”.

Un medaglione in marmo sopra l’ingresso di una delle due immense camerate ricorda quel giorno di 170 anni fa. Dopo più di un secolo e mezzo ha resistito agli attacchi del tempo l’Istituto agrario con il suo elegante edificio centrale e altri fabbricati distribuiti sulle terre del principe di Castelnuovo, un tesoro nascosto di verde e di storia. Le stalle, le scuole, la cantina, una deliziosa costruzione bianca in stile neoclassico non lontana dall’ingresso monumentale tra le vie Resuttana e San Lorenzo. Un altro è in viale del Fante 66, tra Villa Chiaramonte Bordonaro e il Teatro di Verdura.

Per volontà di Carlo Cottone, la principessa sua moglie portò a termine “il fabbricato del seminario di tutto punto” compresi gli “imbellimenti esteriori, a seconda dei disegni disposti, e con la direzione dell’architetto Antonino Gentili, quale voglio che si avvalesse per stucchiatore del maestro Michele Varrica”, autore degli affreschi con scene campestri all’interno della cupola che sta al centro del portico con colonne del Ginnasio. La sua architettura neoclassica ricorda l’opera del francese Léon Dufourny nell’Orto Botanico in via Lincoln. 

Pianificò tutto il Principe di Castelnuovo, fin nei minimi particolari. Dispose che la sua erede universale versasse all’esecutore testamentario “once 100 annue per l’acquisto di uno o più poderi in contrada dei Colli da dare in premio a quei seminaristi che avranno dato prova di maggiore intelligenza e che appartengano a famiglie povere”. La coltivazione delle terre dell’Istituto servivano sia per istruire gli alunni sia come rendita per l’autofinanziamento. Per questo all’inizio fu necessario disboscare l’area e insieme ai cipressi scomparvero carrubbi, corbezzoli, ginestre, rosmarino, solo risparmiati gli ulivi. Il terreno fu dissodato per accrescere la superficie coltivabile.  

Il principe di Castelnuovo pensò anche ai libri per la biblioteca agraria, da acquistare con il ricavato della vendita dei “pochi libri” di sua proprietà che sarebbero stati rinvenuti dopo la sua morte “in città e in campagna”. La stessa biblioteca che ancora conserva in grandi vetrine centinaia di volumi inventariati grazie al paziente lavoro di personale in forza all’Opera pia. Da due anni e mezzo Maddalena Arrivas si dedica con passione alla catalogazione di testi in italiano, latino, francese e qualcuno in inglese. Libri su princìpi di agricoltura, scienze naturali, elementi di botanica e tanto altro. Un patrimonio importante che c’è in progetto di mettere in rete per essere più facilmente consultabile da studiosi e appassionati. 

Stanno nelle vetrine – ma non sono libri – decine di legni di diverse dimensioni. Sono “manuali vegetali”, a uso degli alunni, ognuno distinto da una etichetta che riporta il termine scientifico in bella calligrafia. Il tempo ha sbiadito l’inchiostro, ma si riescono ancora a distinguere i nomi: Pirus Malus, Fraxinus ornus, Zizjphus vulgaris, Quercus Suber , Mimosa arborea, Laurus Nobilis… Se ne conservano a decine nella biblioteca. Sono le più caratteristiche specie arboree dell’Isola di cui il professore Giuseppe Inzenga – primo e a lungo direttore dell’Istituto agrario Castelnuovo – pubblicò una dettagliata descrizione nel 1863 oltre a stralci dei tre testamenti del fondatore.  

Da lui si ha notizia che all’inaugurazione nel 1847 l’Istituto ospitò “otto alunni a piazza franca” – cioè  gratuitamente – “scelti dalla classe dei contadini”.  Furono congedati nel settembre del 1854. La struttura ne accolse in seguito da venti a più di trenta contemporaneamente. Alcuni gratuitamente, altri a pensione all’inizio a 20 onze all’anno e tutti con il medesimo trattamento e con gli stessi diritti e doveri. Dava a tutti “indistintamente abiti, vitto, medicamenti, libri, strumenti”. Ricevevano un abito da casa, un altro da campagna e un terzo per le uscite. Facevano tre pasti al giorno a base di legumi, frutta, latticini. Carne due volte alla settimana, il pesce una volta.

Ragazzi dagli otto ai diciotto anni, suddivisi in tre classi, primaria (8-10 anni) preparatoria (10-13) e agricola (13-18), che ricevevano “tanto l’istruzione mentale necessaria a ben eseguire tutto ciò che concerne la coltivazione della campagna, quanto un’istruzione pratica per avvezzarsi al travaglio manuale. Essi saranno contemporaneamente educati a buoni costumi e alle pratiche della Religione”. Nella cappella, di recente ripulita dai dipendenti dell’Opera Pia Castelnuovo, i ragazzi vi pregavano “appena svegli, prima di ogni pasto e prima di andare a letto”.

Istituzione aperta al territorio, l’Istituto agrario accoglieva anche apprendisti, ragazzi esterni che desideravano frequentare le lezioni e le pratiche agrarie senza alloggiare all’interno. Il direttore-professore insegnava scienze naturali, il cappellano grammatica italiana, esercizi di lettura latina, particolarmente per i termini botanici, “la parte più elementare della geografia e della storia, specialmente sacra e sicula, l’esercizio dello scrivere in prosa, lettere, narrazioni e cose simili”.

Per regolamento l’Istituto aveva un fattore che avviava i ragazzi “all’esercizio de’ travagli rurali proporzionalmente alle loro forze” al pari di contadini impiegati in un podere privato. C’era un precettore lancasteriano (faceva collaborare i più bravi scolari all’insegnamento), sei contadini a soldo fisso e anche un cuoco. Persino Garibaldi ebbe modo di conoscere da vicino la fisionomia, il linguaggio e la semplicità del vivere campestre di quella comunità e “siedè a mensa frugale” fra amici, impiegati, allievi come recita un’iscrizione al piano inferiore. Era il primo luglio del 1862 di un’Italia da poco unificata.

L’attività di educazione e formazione dell’Istituto avrebbe continuato per altri cento anni. L’ultimo direttore fu il professore Onorato Masera. Dal 1987 è diventato un’Istituzione pubblica di assistenza e beneficienza (Ipab) alla cui guida c’è oggi Massimiliano Fiore, nel ruolo di commissario nominato dalla Regione. Dal 2004 è anche Azienda socio sanitaria di assistenza alla persona (ASSAP) “Istituto principe di Castelnuovo e di Villermosa”. Svolge attività di centro diurno per anziani e provvede alla cura e manutenzione del giardino.  Le ex stalle ospitano da tempo una scuderia e un maneggio e dal 1985 parte dei terreni e degli edifici nel parco della Villa dei Colli sono utilizzati per attività didattica pratica e di ricerca del dipartimento dei sistemi agro-ambientali dell’Università di Palermo. Dietro il suo cancello, un tuffo nella storia