Partiti dal nulla e senza nessuna esperienza nel settore i monrealesi Sergio e Sebastiano Guardì, insieme ad Alessandro Pagliacci, hanno dato vita a “Barbanera”, una linea di scarpe artigianali, prodotte solo su ordinazione, e di abiti. Lo stile? Un via di mezzo tra Stendhal e l’hard rock

di Giuliana Imburgia

“Il mio libro preferito? Il rosso e il nero di Stendhal, ma nel suo caso l’opera d’arte è la sua stessa vita”. Sergio Guardì, imprenditore di successo, ex rocker, ex studente della Cattolica di Milano, sportivo, padre – mille vite che a fatica stanno dentro i suoi trentasei anni – sembra incarnare a perfezione il suo mito letterario. Perché, oltre ad avere attraversato e vissuto mille esistenze, le ha riversate tutte sulla creatura (il marchio di scarpe Barbanera) che ha partorito insieme con il fratello Alessandro e l’amico Alessandro Pagliacci. Scarpe che, qualità a parte, sono un concentrato di evocazioni musicali, letterarie, rock, e che sono avvolte da un’aurea costruita con grande sapienza di comunicazione attraverso l’immagine di chi le ha inventate. Due giovani belli, nati a Monreale, (ex) scapestrati, cool, tatuati, maniaci del fisico, ribaldi, assetati di vita, le bende sulla testa come pirati.

L’état c’est moi, lo Stato sono io, diceva il re di Francia Luigi XIV. Le scarpe siamo noi, verrebbe da dire a guardare le loro gallerie su Instagram in cui si ritraggono come dandy ribelli a ogni convenzione, seppure intrisi di icone del lusso contemporaneo, dai Rolex alla Harley Davidson. “Magari un giorno stiamo mangiando pani cà meusa alla Bavera, quartiere tutt’altro che lussuoso nel quale siamo cresciuti a Monreale, attenti a non macchiarci troppo i mocassini fatti a mano, e il giorno dopo uno di noi viaggia sul proprio chopper in canotta e tatuaggi in vista,tamarro come pochi, ma con l’Onegin di Puskin nelle borse in cuoio della moto mentre l’altro è impeccabile, in smoking, sulla Croisette a Cannes. Gli anglofoni lo chiamano crossover, per noi significa che le regole ci sono, ma sono solo le nostre”, dicono in coro i due fratelli. Sport e filosofia, moto e citazioni di Omero. Alto e basso, roba da fare impazzire Franco Battiato e gli analisti del postmoderno.

Fatto è che le scarpe ispirate ai loro miti (jazzisti come Chet Baker e Miles Davis, artisti come John Ruskin, scrittori come Ernest Hemingway e Joris Karl Huysmans) hanno conquistato riviste e clienti internazionali – Lapo Elkann uno di questi – e che il loro brand adesso si è allargato all’abbigliamento, dalle t-shirt ai giubbotti. Tutto partito da Monreale alla fine degli anni Settanta. Qui Alessandro e Sergio sono cresciuti in mezzo alla cultura grazie a una mamma di origine bergamasca e a un papà siciliano bibliofilo, collezionista e appassionato d’arte. Poi la morte del padre e il trasferimento a Milano per studiare.

“Ricordiamo casa nostra come un piccolo museo privato, nelle proporzioni il Vittoriale di D’Annunzio”, racconta Sergio, che oggi è il direttore creativo del marchio ma che fino a qualche anno fa – dopo una laurea magistrale in Scienze della Comunicazione alla Cattolica di Milano – era il bassista della band di rock e di garage Tigers of Mompracem, con base a Berlino e tournée in mezza Europa. Concerti non proprio per signorine. “Poi mi sono stancato – racconta Sergio – mi sembrava di essere diventato un po’ schiavo del mio personaggio, quello che saliva ogni sera sul palco a fare un sacco di casino, troppo esibizionismo e poca profondità. E poi avevo voglia di costruirmi una famiglia”.

Così è tornato in Italia e si è visto fornire sul piatto d’argento un piano B.  Sebastiano, il fratello maggiore trentanovenne, neo laureato in Lettere a Milano, dopo un’esperienza da dirigente pubblicitario per un magazine di lusso, aveva messo su il progetto delle scarpe con l’amico Alessandro Pagliacci. Idea di base: unire la qualità della grande calzatura classica (però, per un certo pubblico, un po’ agée) al dandy e al rock. Prima solo per uomo, poi anche per donna. Correva l’anno 2011. Da lì, a buttarsi nel mondo dell’industria calzaturiera artigianale, è stato un attimo.

Solo che il successo è notoriamente una strada in salita. “All’inizio, quando abbiamo cominciato a realizzare i primi modelli di scarpe, eravamo degli outsider – racconta Sergio – ma la chiave di svolta c’è stata quando abbiamo capito che avremmo potuto trasformare proprio quella debolezza nel nostro maggior punto di forza, ossia sfruttando al massimo la nostra libertà creativa e puntando dritto sui nostri gusti personali”. L’ispirazione viene dai veri dandy del passato, dalla musica jazz, dai musicisti di rock’n’roll e di blues, dagli attori, dai personaggi, dagli scrittori, dai pittori e dagli artisti.

Il motto che guida oggi l’equipaggio è “verità e cultura”, un omaggio all’autenticità dell’artigianalità italiana di tradizione. Le scarpe, infatti, sono realizzate nelle campagne toscane, il cuore dell’artigianato della pelle, in vitello, canguro, cavallino e camoscio, con il metodo Goodyear, inventato e brevettato da Charles Goodyear nel 1839, una particolare combinazione di suola e soletta con un’intercapedine di sughero. “Ci appoggiamo ai professionisti del luogo, che lavorano per noi seguendo le indicazioni dei nostri bozzetti, ogni modello, infatti, è disponibile solomade to order, con la possibilità di personalizzare colori e materiali”, aggiunge Sergio.

Il nome? Quello di Edward Teach, meglio noto come il pirata “Barbanera”, il bucaniere britannico che controllò, nella metà del 1700, il Mar dei Caraibi, e alla cui figura certamente istrionica, non a caso, è dedicato il nome del marchio. “Ci ha sempre affascinato e incuriosito il concetto del pirata gentiluomo – dicono – perché, proprio per il suo essere tremendamente padrone di se stesso e del suo veliero, incarna perfettamente i nostri valori e lo spirito della nostra collezione. Un vero e proprio bastardo dei mari, ma pur sempre un gentiluomo rispettoso del codice etico dei corsari”.