Due milioni di anni fa lasciammo i nostri simili – scimpanzé, gorilla e oranghi – e in un lento migrare di milioni di anni, noi grandi scimmie umane che ci saremmo autonominati sapiens, raggiungemmo per la prima volta le acque del Mediterraneo…

di Giuseppe Barbera

Due milioni di anni fa lasciammo i nostri simili – scimpanzé, gorilla e oranghi – e in un lento migrare di milioni di anni, noi grandi scimmie umane che ci saremmo autonominatisapiens, raggiungemmo per la prima volta le acque del Mediterraneo. Allora appartenevamo più modestamente alla specie dell’Homo habilis o dell’erectus, capace di scheggiare i ciottoli e di percorrere l’umido Sahara, ma certamente non di attraversare il mare. Per spingersi più a Nord e arrivare in Europa fu necessario prendere la strada dell’Anatolia.

Piccoli tratti di mare poterono essere superati approfittando dei rivolgimenti della deriva dei continenti che avvicinavano le terre emerse o delle glaciazioni che ritiravano le acque, trasformandole in immensi ghiacciai e abbassando il livello del mare fino 150 metri dall’attuale. Per arrivare in Sicilia il cammino era ancora lungo da compiere, percorrendo le montagne che diventavano gli Appennini e le strisce di terra che collegavano la Calabria alla Sicilia.

Erano cacciatori che inseguivano le prede. Le tracce dei siciliani più antichi rimandano, sembra, a trentamila anni fa e alla cattura di cervi rossi. Quelle più certe risalgono a quindicimila anni, quando la geografia isolana era ben diversa e bande bene organizzate di cacciatori armati di clave, lance, archi e frecce, abili nello spingere, muovendosi sottovento, gli animali verso precipizi o recinti popolarono le coste, come del resto altri uomini avevano iniziato a fare millenni prima, lungo altri tratti delle coste mediterranee. A Socrate, come raccontò a Platone, sembravamo ranocchie o formiche attorno a uno stagno.

Si iniziò a colonizzare le coste marine navigando tra insenature, pianure acquitrinose, scogliere, montagne ripide a precipizio sul mare con le imbarcazioni più primitive realizzate con canne, pelli tese su un’ossatura, tronchi scavati con il fuoco. Le coste erano gli ambienti preferiti; ricche di boschi e acque dolci richiamavano gli animali selvatici e con le terre fertili consentivano i primi tentativi di addomesticamento delle piante e degli animali. Ai piedi delle falesie rocciose si aprivano grandi grotte che offrivano rifugio per insediamenti protetti dalla pioggia o dal sole cocente, facili da difendere dalle bande nemiche e dal ritorno degli animali con i quali erano contese. Lo stillicidio dell’acqua dolce attraverso le rocce calcaree assicurava una costante disponibilità. Attorno ai fuochi si riunivano uomini e donne a pulire le pelli, a cuocere, a riscaldarsi a illuminare la notte, a celebrare riti propiziatori o funebri, a tracciare sulle pareti i primi segni dell’arte.

I versi dell’Odissea ci dicono della grotta più celebre, quella di Polifemo, e ci ricordano dell’equivoco in cui si cadde fino al XVIII secolo quando il foro occipitale della proboscide nelle ossa fossili degli elefanti nani veniva ancora scambiato per l’unico occhio dei ciclopi e quindi prova certa della loro esistenza e anzi del primato di primi abitanti della Sicilia: “Una grotta vedemmo, sul mare, eccelsa, ombreggiata da lauri; e qui molte greggi/, pecore capre avevano stalla, intorno un recinto/ alto correva, fatto di blocchi di pietra,/ e lunghi tronchi di pino e querce alta chioma./ Qui un uomo aveva tana, un mostro che greggi pasceva”.

Ulisse e i suoi compagni erano in viaggio lungo le coste del Mediterraneo, le loro vicende raccontano di avventure, paesaggi e incontri pari alle diversità biofisiche e culturali che offre il “mare tra le terre”. Ma mai furono respinti al largo delle sue coste. Mai passarono giorni, dopo viaggi di grandi tribolazioni, a guardare con angoscia grotte o case, fuochi, fari o le luci dei porti, sperando di approdare ed essendone respinti.