Sulla luce in Sicilia si è detto di tutto e di più: poeti, narratori, fotografi, cineasti ne hanno magnificato fattezze e particolarità

di Gianfranco Marrone

Sulla luce in Sicilia si è detto di tutto e di più: poeti, narratori, fotografi, cineasti ne hanno magnificato fattezze e particolarità. C’è per esempio una straordinaria pagina di Vitaliano Brancati, all’inizio di Paolo il caldo, che parla della luce del Sud: talmente abbagliante da contenere al suo interno lampi di buio. E anche Gesualdo Bufalino, per descrivere la Sicilia, sostiene che la sua luce è tutt’uno col lutto.

La cosa veniva alla mente passeggiando per i viali di Mondello nelle settimane natalizie e anche dopo molto, dove, non funzionando manco un lampione, la sera il buio era veramente assoluto, pesto. Si vedevano benissimo le stelle, e le coppiette si infrattavano che era un piacere. Ma per il resto era tutta un’angoscia: gente che sbatteva sui muretti, inciampava nelle buche del selciato, si terrorizzava dell’abbaiare cieco dei cani, accendeva la pila del telefonino. I turisti sgomenti. Mancando la luce, nessun problema, c’è il lutto.

Colpisce allora vedere l’ombra pietosa di un lampione proiettarsi, al sole abbacinante di gennaio, su un albero fiero e un po’ rattrappito. È il classico punctum fotografico, direbbe Barthes, che la dice lunga: lo scenario è sublime, ma c’è qualcuno che, disperato, non capisce. E s’attacca a chi crede gli assomigli.