“Il tricolore! Questa scimmiottatura dei francesi, così brutta in confronto alla nostra bandiera candida con l’oro gigliato dello stemma”

di Salvatore Savoia

“Il tricolore! Questa scimmiottatura dei francesi, così brutta in confronto alla nostra bandiera candida con l’oro gigliato dello stemma”. Quell’oro gigliato del vessillo borbonico rimpianto da don Fabrizio ne Il Gattopardo, per secoli aveva campeggiato anche sulla bandiera francese, e ancora oggi si trova in quella spagnola. Ma in Sicilia quei gigli raccontano anche la storia di un ramo della Casa Reale di Francia, gli Orléans (da noi pronunciato con l’accento sulla prima sillaba) il cui emblema si scorge ancora oggi sui cancelli del parco che circonda la Presidenza della Regione siciliana, un tempo esteso ai terreni oggi occupati dal campus universitario, mentre a non troppi chilometri di distanza, fra Montelepre e Giardinello, una cancellata gigliata d’oro introduce nello splendido feudo dello Zucco.

La storia dello Zucco nasce da un’intuizione di Henri d’Orléans duca d’Aumale, insolita figura di agricoltore e figlio del re dei Francesi Luigi Filippo e di Maria Amelia di Borbone. Un’idea che produsse occupazione e benessere in quel territorio. Un mito che resiste ancora. Zucco era il nome di un latifondo di proprietà dei Principi Grifeo di Partanna, il cui acquisto era stato proposto nel 1853 al Duca d’Aumale dalla Casa Rothschild di Napoli. Un’immensa proprietà caratterizzata da oliveti, vigneti e agrumi ma soprattutto da sterminati pascoli, con masserie, mulini e sorgenti.

Il duca si invaghì di quelle campagne, poste su una collina non lontana dal mare, e pur continuando a risiedere nel castello francese di Chantilly, vi soggiornò spesso, ingrandendo la proprietà e dotandola di sistemi d’irrigazione d’avanguardia. La grande casa dei Partanna a Terrasini fu utilizzata per lo stoccaggio dei vini, mentre allo Zucco fu realizzato un borghetto con un’abitazione privata, elegante ma non sfarzosa, una cappella, il frantoio, palmento, alloggi per il personale e un insieme di cantine modernissime. Ancor oggi ogni architrave è segnata dal simbolo del giglio dorato.

Allo Zucco si sviluppò un’attività economica integrata – e questo non era frequente – a un efficiente servizio di distribuzione dei prodotti anche su ferrovia. Grazie alla sua capacità imprenditoriale e alle sue relazioni, Henri riuscì a diffondere e rendere di moda i suoi vini, contraddicendo il luogo comune secolare che voleva il forte vino di Sicilia non commercializzabile. Grazie anche alla cura adoperata per migliorare le vigne, e all’impegno per la formazione degli addetti alle vigne (fu loro fornito un decalogo del viticoltore) l’attività ebbe rapido successo. Lo conferma la Commissione agraria dell’epoca che definì lo Zucco “un podere modello in cui il duca d’Aumale ha richiamato da tutta l’Europa i vitigni che godono grande reputazione e per l’eccellenza dei vini che producono, e già i viticoltori di Partinico, Balestrate e di Terrasini cominciano a trarne profitto coll’introdurre nelle loro piantagioni novelle quei migliori vitigni che influiscono ad accrescere all’estero la reputazione dell’importante stabilimento enologico”. Un modello e un metodo che solo di recente in Sicilia è stato ripreso.

Henri d’Aumale scomparve, proprio allo Zucco, nel 1897. Centinaia di lavoratori delle sue campagne seguirono il feretro, che fu poi condotto in patria su una corazzata francese giunta in Sicilia. A Parigi furono concessi solenni onori militari alla presenza del Presidente della Repubblica. Il Giornale di Sicilia scrisse che per la circostanza “le porte del castello di Chantilly furono chiuse immediatamente dal servidorame”. Quella di Henri d’Aumale non fu l’ultima pagina della saga degli Orléans in Sicilia. Nel 1931 un altro Henri, il Conte di Parigi, Capo della Casa Reale di Francia, allora esule, scelse Palermo per sposare Isabella d’Orléans- Braganza. Una sontuosa cerimonia e un ricevimento regale costituirono l’ultima rappresentazione offerta a una Palermo incantata da parte di un mondo prossimo al commiato.

Pochi anni dopo, nel 1940, i beni della ex famiglia reale di Francia, nazione nemica, vennero sottoposti a sequestro e solo a fine guerra restituiti agli Orléans. Fu lo stesso Conte di Parigi a vendere alla neonata Regione siciliana il Palazzo di città, mentre già lo Zucco e il Palazzo di Terrasini erano volati via, come le rondini di lampedusiana memoria.