La giovane Galleria Marcolini, di Forlì, e poco dopo la Deanesi Gallery, a Rovereto, ospiteranno tra qualche settimana una doppia personale dedicata a due artisti che hanno deciso di misurarsi nella costruzione di un progetto espositivo volutamente impostato come un dialogo

di Daniela Bigi

La giovane Galleria Marcolini, di Forlì, e poco dopo la Deanesi Gallery, che opera un po’ più a Nord, a Rovereto, entrambe concentrate sulla promozione della scena artistica under 40, ospiteranno tra qualche settimana una doppia personale dedicata a due artisti, coetanei e amici, che hanno deciso di misurarsi nella costruzione a quattro mani di un progetto espositivo volutamente impostato come un dialogo. Lei, Silvia Giambrone, è siciliana, nasce ad Agrigento e da oltre quindici anni risiede a Roma, con qualche lunga pausa vissuta all’estero (Berlino, New York). Lavora con la performance, l’installazione, il collage. Lui, Jacopo Mazzonelli, è di Trento e ha studiato a Milano; da tempo si muove sul confine tra arti visive e musica, indagando il gesto musicale, ciò che sottende l’esecuzione. Si esprime con la scultura, l’installazione, destruttura gli oggetti, utilizzando tecniche mutuate da discipline differenti.

Seguiamo lei. Sicilianissima, ha lavorato poco nella sua terra. Come accade spesso, ci si allontana per conoscersi pienamente, per scavare oltre l’immagine di sé che si forma dentro l’habitat di appartenenza. La condizione extramoenia appare – e forse lo è – la più adatta per esplorare la propria identità, fino in fondo, oltre i condizionamenti parentali, culturali, oltre i pregiudizi. Il viaggio è conoscenza, prima di tutto di se stessi. Ulisse è stato chiaro. E il Novecento ha costruito su questa certezza buona parte delle sue fughe in avanti. Nel lavoro di Silvia si entra facilmente, è impattante, provocatorio. Sempre molto studiato, pur nella radicalità dei modi e nella sottrazione dei dettagli. Spesso è duro.

Due opere in particolare mi colpirono anni fa. Eredità (Heritage), del 2008, e Tavolo anatomico, del 2012. Sono due performance. Lei è la protagonista. Nella prima, cerca faticosamente di applicarsi delle ciglia di metallo sulle palpebre; sono pesanti, non si incollano bene e, alla fine, aprire gli occhi, sotto quella pressione, diventa un’impresa. Avverti tutto il peso del dovere: è donna, è bella, piacere fa parte dei suoi compiti. Nella seconda – il torso è nudo – si fa cucire addosso un colletto di macramé alla base del collo, sulla pelle. Con i capelli raccolti, diventa un’immagine d’altri tempi, rimanda quasi a un’icona cinquecentesca, con tutta la sua proiezione di virtù. È durissima. Nessuno sconto.

Certo, dietro di sé ha esempi eroici, di donne che hanno combattuto in prima persona, di artiste che hanno usato il proprio corpo, sacrificandolo se necessario. A loro va il suo esplicito riferimento. Oggi, malgrado le loro battaglie, la riflessione sull’identità femminile non può ancora considerarsi conclusa. Bisogna ripartire dal linguaggio e, insieme a esso, dagli oggetti che ci accompagnano ogni giorno. Molte abitudini delle donne, molti dei comportamenti che hanno ereditato, narrano tuttora di una sottomissione. Il set è quello dello spazio domestico e la drammaturgia investe le relazioni, le più intime, le più segrete. Quel teatro di oggetti familiari, in teoria rassicuranti, svela talvolta un “addomesticamento” a certa violenza. Anche nello stato di latenza, anche se non si è consumata.

In un letto matrimoniale si insidiano inquietanti rami spinosi. Le stesse lunghe spine fuoriescono da specchi, da cornici. Circola un dolore bloccato, forse da secoli. C’è ancora da indagare sulla formazione di una nuova identità, c’è ancora da scavare nel connubio domestico/addomesticato. L’obiettivo non è più la lotta, che non viene mai suggerita, neppure come strumento di difesa. L’obiettivo è la consapevolezza di sé e la conquista di una pienezza gioiosa nel poter scegliere l’altro.