A Magazzinazzi, al centro del golfo di Castellammare, dopo un attento restauro, sta tornando a vivere l’antica tonnara dove fino agli anni ‘60 del Novecento si pescavano migliaia di tonni. Oggi è possibile visitare i magazzini e rivivere tra barche, cordami, ancore e timoni, l’antica epopea di un’attività che ha dato lavoro a tanta parte dell’isola. un vero viaggio nel tempo

testi Alessia Franco
foto Igor Petyx

Il giorno che si calò l’ultima tonnara, a Magazzinazzi, l’aria non doveva certo essere di festa. Ad aleggiare doveva essere piuttosto un senso di disfatta, in mezzo ai tonnaroti come tra i proprietari, forse in qualche modo mitigato dalla consapevolezza del comune destino che una a una, avrebbe gradatamente ridotto l’attività di quella pesca antichissima e sapiente, fino ad annullarla del tutto.

Eppure, nonostante la consapevolezza che quei gesti mandati a memoria da generazioni sarebbero stati eseguiti per l’ultima volta, ognuno ebbe un guizzo d’orgoglio. Le reti, gli strumenti, le imbarcazioni: tutto venne riordinato con la massima cura, come per riprendere l’attività il giorno dopo. Questo tesoro fatto di cordami e di salsedine riposa ancora là, nei magazzini adibiti a spazi espositivi della tonnara di Magazzinazzi. A custodirne il riposo, con la placidità degli amanti del bello e con la fierezza dei leoni, è la famiglia Foderà, la cui storia ha moltissimi punti in comune con quella dei Florio.

Siamo nel 1872 e Vito Foderà, un imprenditore illuminato come all’epoca ce n’erano tanti, era conosciuto sul territorio come commerciante in diversi ambiti, soprattutto quello vitivinicolo. Presto Foderà intuisce le potenzialità della pesca del tonno, e questa, una vera e propria folgorazione, lo porta ad acquistare la tonnara del Secco, di San Vito lo Capo. Accanto alla struttura costruisce lo scabeccio, uno stabilimento adibito alla lavorazione del tonno. I risultati in termini economici della pesca e della lavorazione ittica – che pure portavano con sé una quantità notevole di rischi imprenditoriali – sono ottimi, e Foderà amplia la propria attività acquistando la tonnara di Magazzinazzi e alcune quote di quella di Scopello, in precedenza di proprietà proprio della famiglia Florio.

Gli anni passano, siamo alla fine dell’Ottocento: Magazzinazzi è un luogo di grande attività ma al contempo capace di ispirare una pace immensa, affacciata com’è sulla spiaggia di Alcamo, al centro del golfo di Castellammare. Vito non riuscirà a vedere il suo progetto realizzato, ma ci penserà comunque il nipote, Giuseppe Foderà, figlio di Leonardo, il fratello del capostipite.

Con Giuseppe, la struttura si amplia. Diventa più bella e funzionale, con la costruzione della palazzina padronale in stile liberty sormontata da una torretta merlata – elemento distintivo, il merlo, delle dimore di casa Foderà – impreziosita da maioliche. Viene costruito anche il baglio dei tonnaroti, cioè il cortile per alloggiare la ciurma, a est e a ovest dei magazzini preesistenti per il ricovero delle barche, le trizzane.

Un edificio imponente ma allo stesso tempo aperto in un continuo dialogo con il mare e con la sua gente. Magazzinazzi è quasi una cittadella autosufficiente, il cui il rais gode dei privilegi di un alloggio più grande (e consono alla sua posizione di capo assoluto in mare), in cui non mancano l’officina del carpentiere o i luoghi di manutenzione, e nemmeno quelli destinati all’amministrazione.

Le tre tonnare di casa Foderà non sono mai mondi a sé stanti: anzi, gli antichi registri documentano uno scambio continuo di uomini, mezzi e risorse che permetteva a questo piccolo esercito di  abilissimi tonnaroti di guadagnare nei quattro mesi di pesca il necessario per vivere tutto l’anno. Tempi d’oro, insomma, se è vero che nel 1918, il Secco registrava un pescato di 540 tonni, Scopello di 1184 e Magazzinazzi di ben 2169.

Con il passare degli anni, però, il destino è segnato, e le tonnare si spengono una a una: semplicemente, non si pesca più, non è più redditizio. Le coste subiscono un processo di antropizzazione mai visto fino a quel momento e anche il mare e i suoi abitanti ne subiscono le conseguenze. Carretti e carretti vengono quotidianamente riempiti della sabbia del golfo: servirà per edificare un centro abitato sempre più invadente, che restringe la costa e sovverte ritmi secolari.

L’ultima a essere dismessa è proprio Magazzinazzi, la più pescosa delle tre tonnare, che non si arrende e continua a calare fino al 1963. La dedizione della famiglia per quest’arte antica e la conoscenza delle tecniche di pesca permettono a Vito Foderà di lavorare per conto delle Nazioni Unite e della Fao, a Cipro, mentre l’antica struttura attraversa un periodo di decenni di abbandono e viene pesantemente danneggiata da usi impropri.

Ma nel 2004 qualcosa accade: Leonardo Foderà, architetto e discendente di quella famiglia che aveva intrecciato la propria vita con quella del mare, inizia un lento ma graduale lavoro di salvaguardia che passa  anche attraverso la richiesta (accordata) di vincolo da parte della Regione siciliana dei beni immobili e mobili (le attrezzature per la pesca del tonno). “Preservare – dice Leonardo Foderà – significa cercare di ridare vita a beni come questi, che sentiamo il dovere e la responsabilità di tramandare alle future generazioni”.

Oggi, in alcuni ambienti recuperati, sono esposte le attrezzature, le reti e le imbarcazioni e una raccolta di immagini e documenti che narrano l’attività millenaria della pesca del tonno. E c’è un giardino, una volta soltanto un pezzo di terra dimenticato, che la famiglia Foderà ha riportato alla vita, piantando senza sosta agavi, palme nane, fichidindia, bouganvillee, oleandri, eritrine. Un giardino che vive e prospera nonostante la vicinanza del mare e l’azione della salsedine: ancora una volta, grazie alla cura.