Non si può profetizzare l’inizio di un nuovo boom se non si dimostra di avere messo in piedi politiche industriali in grado di sostenere gli sforzi di quanti vogliono e possono produrre il “cambiamento”

di Antonio Purpura

Il ministro dello Sviluppo economico, Luigi di Maio, ha profetizzato un ormai prossimo boom dell’economia italiana. Oggi, come allora, sostiene il ministro, le autostrade sono la chiave di volta. Allora furono le autostrade in cemento armato, con le gallerie, i viadotti e tanto asfalto (a proposito, quali risultati avrebbe dato allora la valutazione di quelle opere con la ormai mitica “analisi costi-benefici”?), oggi sono le autostrade digitali, ossia le infrastrutture informatiche e le piattaforme lungo le quali viaggiano le informazioni e si strutturano le reti complesse di connessione.

L’azzardo di questa profezia trasuda però scarsa conoscenza della storia economica del Secondo Dopoguerra del nostro Paese e dei fattori che allora furono alla base dell’intensa crescita nazionale che investì anche il Mezzogiorno e ne disegnò un ruolo importante, ancorché dipendente, nel modello di sviluppo nazionale. Il “miracolo italiano” fu trainato da un incremento della produttività, determinato da spostamenti epocali di risorse a scala settoriale (dall’agricoltura all’industria) e territoriale (dal Sud al Centro-Nord), e dal supporto di tecnologie accessibili anche a un Paese, come il nostro, con una storia industriale relativamente breve.

Da oltre venti anni in Italia la produttività del lavoro non cresce, e questo ha allargato i divari di competitività con le maggiori economie europee e mondiali. Oggi, esattamente come negli anni ’50, il Paese ha bisogno di una forte crescita della produttività. Questo è il vero problema. Perché la produttività torni a crescere, e con essa l’intera economia, sono necessari investimenti, oltre che riforme. Le “autostrade digitali” non fioriscono spontaneamente nei prati. Esse sono piuttosto il risultato di attività di ricerca non meno complesse, impegnative e costose di quelle che spostano in avanti le frontiere delle biotecnologie, delle tecnologie della salute, della green economy, e così via.

Ma occorrono anche investimenti nella formazione delle risorse umane che sono chiamate a operare all’interno di sistemi di innovazione e di produzione: le Università, i centri di ricerca, le imprese. Non si può profetizzare un nuovo boom se non si dimostra di avere messo in piedi politiche industriali in grado di sostenere gli sforzi di quanti vogliono e possono produrre il “cambiamento”.