L’investimento in cultura riguarda la qualità della vita, l’attrattività dei territori, la possibilità di offrire lavoro qualificato in un circuito virtuoso che garantisce rendimenti sociali e civili di lungo periodo

di Antonio Calabrò

Con la cultura non si mangia – FALSO!. È il titolo d’un libro svelto e ben documentato di Paola Dubini, professore all’Università Bocconi di Milano, studiosa autorevole dei processi dell’economia culturale.

L’editore è Laterza. La tesi è che “l’investimento in cultura alimenta la continuità dei processi trasformativi e traccia le direzioni per la creazione di sviluppo sostenibile”. In questa prospettiva, “l’investimento in cultura rende ben di più dei fatturati e degli impatti economici, pur importanti”. Riguarda la qualità della vita, l’attrattività dei territori, la possibilità di offrire lavoro qualificato, legando patrimonio culturale e ambientale, nuove tecnologie, creatività e visibilità internazionale, in un circuito virtuoso che garantisce rendimenti sociali e civili di lungo periodo.

Il problema italiano è che abbiamo uno straordinario patrimonio culturale, che vale circa 986 miliardi (stima della Ragioneria generale dello Stato, 2016) tra attività finanziarie e non finanziarie, con le opere d’arte classificate come “beni mobili di valore culturale, biblioteche e archivi” che valgono da sole 174 miliardi (dieci punti di Pil, per fare uno dei paragoni che appassionano gli economisti). Nessun Paese europeo ha tanto.

Eppure spendiamo meno di tutti gli altri, Grecia esclusa: la quota di spesa pubblica italiana destinata alla cultura è pari all’1,4%, contro una media europea del 2,4%. Non investiamo e non sappiano sfruttare il nostro patrimonio in termini di sviluppo. Una riprova? Il ritorno economico degli asset culturali di Francia e Regno Unito è da 4 a 7 volte superiore a quello italiano (ricerca PricewaterHouse). Perché? Disattenzione politica e burocratica, scarsa sensibilità diffusa. E per fortuna ci sono istituzioni private, come il Fai e il Touring Club, che si impegnano moltissimo per prendersi cura del nostro patrimonio.

L’indicazione vale naturalmente pure per il Mezzogiorno (Matera capitale europea della cultura ne è straordinario esempio) e per la Sicilia. Il successo, anche turistico, di Palermo “Capitale della cultura 2018” dice che proprio su questa strada si deve continuare, coinvolgendo politiche pubbliche e investimenti privati. Senza provincialismi né clientele. Perché ha proprio ragione la Dubini: con la cultura si mangia bene, e a lungo.