A giudicare dalla discussione sui social, in Sicilia, sembra non si faccia altro che “ragionare” intorno al sesso delle arancine

di Francesco Mangiapane

A giudicare dalla discussione sui social, in Sicilia, sembra non si faccia altro che “ragionare” intorno al sesso delle arancine. Dibattito rinfocolato recentemente dalla decisione dell’Antica Focacceria San Francesco (storica insegna del capoluogo) di vendere in doppia versione il celebre “pezzo” di rosticceria nel suo punto vendita dell’aeroporto Fontanarossa: l’arancina al femminile, palermitana, con le sue forme arrotondate, e quella al maschile, catanese, con la sagoma appuntita.

Sarebbe facile liquidare tale dilemma linguistico-gastronomico come bizantina disquisizione per nati stanchi in perenne ricerca di migliori occupazioni ma, a ben vedere, la questione merita piuttosto un approfondimento.

Qual è il vero nodo del contendere? Non si può arrivare a una soluzione senza prendere in considerazione il fatto che nella Sicilia occidentale, l’arancina – al femminile – svolga il ruolo di piatto delle feste, puntualmente riverito con opportune scorpacciate da ogni palermitano etnico degno di questo nome, nel giorno dedicato alla celebrazione di Santa Lucia. L’arancina, a Palermo, è un piatto simbolico, marcato; nella Sicilia orientale, un “pezzo” di rosticceria come mille altri. 

Seconda questione: l’italiano regionale della Sicilia, ovvero la forma stilistica, sintattica e lessicale che l’italiano assume in ambito locale. L’italianizzazione del nome del nostro manicaretto ha per lo più seguito la variante catanese (per la Crusca, comunque, più corretta), legittimando ogni polentone che guardasse dall’esterno alla gastronomia locale a riferirvisi al maschile. 

Ecco, quindi, identificato il vero motore della rivolta: ogni qual volta un palermitano si esibisce sul sesso delle arancine, rivendica, verso l’esterno, il riconoscimento del ruolo simbolico che questo piatto detiene nel proprio scenario, dice: «non è un piatto come gli altri»,«sono io», «sono Palermo, la magica che riesce a trasformare perfino un giorno di penitenza in una grande abbuffata».