Per cinque anni l’artista Aleksandra mir ha girato Palermo raccogliendo coppe che nessuno voleva più. Ne ha fatto un’installazione oggi esposta al museo Pecci di Prato che racconta la gioia e l’inesorabile fugacità del successo

di Giulio Giallombardo

Uno scintillante coro di cimeli, ognuno con la sua storia da raccontare. Trofei un tempo alzati in cielo, con la sacralità di un gesto che coniuga il potere salvifico della religione con l’agonismo dello sport. Adesso, quelle coppe, segno tangibile della fugacità del successo, sono accatastate una sull’altra, in una gigantesca installazione che Aleksandra Mir, artista polacca cittadina del mondo, ha esposto per la prima volta in Italia.

Si chiama “Triumph” ed è stata donata al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, dove sarà in mostra fino al 31 marzo. Ma l’opera, in realtà, è un omaggio nostalgico a Palermo, città dove la cinquantenne artista di Lubin ha vissuto tra il 2005 e il 2010. La genesi di “Triumph” risale all’anno in cui Aleksandra Mir si trasferì da New York nel capoluogo siciliano con l’obiettivo di una ricerca che fosse artistica e sociologica insieme. Mir è stata protagonista di un’impresa, raccogliendo precisamente 2.529 pezzi, datati a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, grazie a un annuncio pubblicato sul Giornale di Sicilia, nel quale si offrivano cinque euro in cambio di ogni trofeo.

La risposta fu enorme, così l’artista iniziò un lungo viaggio a bordo di una 500, tra Palermo e provincia, alla ricerca di coppe e targhe da collezionare. “Rimasi sorpresa dalla risposta all’annuncio – racconta – le persone lo vedevano come un’opportunità per liberarsi di un po’ di roba vecchia, letteralmente e metaforicamente, venivano a lasciare i trofei nel mio studio, oppure andavo io da loro a prenderli. Quando entravo nelle case della gente sentivo su di me un’ondata di generosità, m’invitavano a rimanere per raccontarmi la storia di come il trofeo fosse stato vinto, e poi mi mostravano gli album delle foto”.

Così, c’era chi confessava di non voler tenere i casa oggetti che gli ricordassero il tempo che passava inesorabile, oppure chi, con le lacrime agli occhi, stringeva tra le mani il trofeo del figlio scomparso. E ancora, una donna chiese aiuto all’artista per svuotare il garage del marito, allenatore di calcio, con la casa piena di trofei. Storie che s’intrecciano in uno scambio tra chi ha scelto di donare un pezzo di sé e chi lo custodisce dandogli una nuova forma. 

L’installazione ha contribuito a sedimentare il legame tra Palermo e l’eclettica artista polacca. Arrivata in Sicilia dopo aver vissuto quindici anni a New York, dove ha studiato arte e antropologia culturale, Aleksandra Mir è entrata subito in simbiosi con l’anima della città. “La vita sulle strade di Palermo è piena di stimoli creativi e arte popolare, per non parlare delle chiese e dell’architettura, che abbraccia ogni stile possibile – racconta – . Ho pensato a Palermo come una Manhattan verticale, dove, attraverso la sua lunga storia, tutti i popoli venuti da ogni parte del mondo, hanno lasciato il segno. È stato facile sentirsi subito a casa. I cinque anni trascorsi a Palermo sono stati i più prolifici della mia carriera, ma è sempre stata un’idea romantica, una storia con un inizio e una fine. Un giorno mi sono svegliata e la magia era semplicemente sparita”.

Una magia racchiusa in migliaia di trofei, che sin dall’inizio del suo soggiorno siciliano hanno rappresentato per l’artista un punto di vista inedito per esplorare l’anima del luogo. “Sono arrivata con due valigie – ricorda l’artista – così, quando ho preso l’appartamento in affitto, per arredarlo sono andata a cercare mobili nei negozi dell’usato. Lì ho trovato alcuni vecchi trofei: una volta questi oggetti erano di grande importanza per le persone che li avevano vinti, ma dopo qualche tempo erano stati buttati via. Ero affascinata sia dalle loro forme, tutte diverse, che dalle loro storie. Ogni trofeo costava un euro, ne ho comprati dieci e li ho messi su una mensola.

Così, tutti quelli che venivano a trovarmi per la prima volta, pensavano che fossi stata io a vincere tutti quei trofei, dal calcio al ping-pong, dall’equitazione al windsurf”. È in quel momento che è nata l’idea di creare un’opera d’arte che trascendesse il vissuto personale dell’artista, per arrivare a una visione più generale della comunità nella quale aveva iniziato a vivere. Ultimata nel 2009, l’installazione “Triumph” è stata esposta nello stesso anno alla Schirn Kunsthalle di Francoforte, che ha finanziato l’intero progetto, e nel 2012 alla South London Gallery di Londra, fino ad arrivare, per la prima volta in Italia, al Pecci di Prato, lo scorso dicembre.

Ma l’idea dell’artista era quella di metterla in mostra lì dove era stata pensata. Lasciarla a Palermo sarebbe stato il giusto coronamento di un progetto inestricabilmente legato al territorio, ma qualcosa è andato storto. “Insieme alla storica dell’arte Valentina Bruschi, ho passato gli ultimi due anni a cercare di restituire il lavoro lì dove era giusto che rimanesse – spiega Mir – . Le abbiamo provate tutte, con istituzioni private che pubbliche, Università, gallerie, ma nessuno era interessato. Infine, Cristiana Perrella, la nuova direttrice del Centro Pecci, che ho incontrato a Palermo molti anni fa, ha accolto la mia richiesta”. Lo spazio di Prato per l’arte contemporanea è adesso il proprietario formale dell’opera, anche se la direzione non esclude l’ipotesi di portare l’installazione altrove.

Ma “Triumph” non è l’unico progetto che Aleksandra Mir ha realizzato in Sicilia, intrecciando collaborazioni con molti artisti dell’Isola. Insieme a Gabriella Ciancimino è nato il “Liberty Detective Tours”, tra lapidi e architetture nascoste nei cimiteri palermitani, e col collettivo Laboratorio Saccardi, l’artista è andata alla scoperta della casa dell’esoterista Aleister Crowley, in abbandono a Cefalù, lasciandosi guidare anche all’interno di un “crop circle”, un cerchio nel grano. Poi, con Paolo Falcone, ha partecipato a “Sicilian Pavilion”, performance del 2007, realizzata insieme alla collezionista romana Marion Franchetti e agli artisti siciliani Luca De Gennaro e Salvo Prestifilippo: attraversarono l’Italia su una Rolls Royce Silver Shadow del ’77, di proprietà di Falcone, e sbarcarono alla Biennale di Venezia, autoproclamando il Padiglione siciliano.

Recentemente, l’artista è ritornata a Palermo, la scorsa primavera, dopo sette anni di assenza, in occasione di Manifesta 12. Un tuffo nel passato immortalato nel blog “Palermo redux”, tra appunti sparsi, suggestioni e fotografie. Frammenti di un innamoramento durato a lungo e che forse non si è mai spento del tutto. “Quando ho lasciato la città – ricorda l’artista – avevo soltanto uno zaino, non ho voluto portare con me alcun trofeo o coppa. Preferisco viaggiare leggera attraverso la vita”.