Da quando mangiò la prima mela, l’uomo, divenuto sapiens per necessità, dovette smettere di raccogliere il cibo che il giardino dell’Eden gli offriva perché “l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden, perché lavorasse la terra donde era stato tratto”

di Paolo Inglese

Da quando mangiò la prima mela, l’uomo, divenuto sapiens per necessità, dovette smettere di raccogliere il cibo che il giardino dell’Eden gli offriva perché “l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden, perché lavorasse la terra donde era stato tratto”.

Insomma, la curiositas è il vizio dell’agricoltore, il suo peccato originale. E, in effetti, da quel giorno gli agricoltori, divenuti coscienti del bene e del male, hanno costruito la civiltà in ogni luogo, sviluppandola nel corso di millenni. Le diverse civiltà agricole hanno in comune molto più di quanto si immagini: basti pensare agli attrezzi agricoli, all’aratro, per esempio. Lo scambio di conoscenze, di semi, di specie, di varietà coltivate, è alla base dello sviluppo dell’agricoltura e ha consentito, negli ultimi secoli, un boom demografico senza precedenti. Per millenni, tutto questo è avvenuto senza che la scienza avesse un minimo rilievo.

È solo dopo l’illuminismo e a partire dal XIX secolo che la ricerca e la sperimentazione si sono applicate alle Scienze agrarie. L’Accademia dei Georgofili, fondata a Firenze nel 1753, assunse per prima il ruolo di riferimento scientifico in Italia, poi vennero le Scuole agrarie e più tardi le Università e i centri di ricerca.

È un mondo che, di fatto, esplode e si sviluppa vorticosamente soltanto nel secolo scorso. Con effetti straordinari, nel bene, molto più che nel male. Dal primo dopoguerra in poi le scienze agrarie si sviluppano grazie a una grande interdisciplinarietà tra agronomi, botanici, biologi, ingegneri, topografi, genetisti, chimici, fisici, tecnologi, tutti capaci di creare, insieme, una nuova figura professionale, il dottore agronomo e forestale. Dubitare dell’importanza che la ricerca ha avuto, ha e avrà nello sviluppo dell’agricoltura sembra assurdo, eppure succede.

Succede, per esempio, quando si immagina che soltanto il ritorno a una immaginifica “tradizione” o alla cultura materiale possa garantire sanità e sicurezza alimentare. Succede quando si parla, senza sapere ciò che si dice, di “agricoltura naturale”, ossimoro insensato. Succede quando si immagina che la scienza porti solo male e addirittura distrugga la “sapienza” contadina. Ma succede anche quando lo scientismo si sostituisce al pensiero scientifico. Al contrario la sostenibilità di domani, l’agro-ecologia, la sufficienza alimentare, non possono che derivare da una ricerca rinnovata e dal restituire fiducia a chi studia.