Il confronto tra i dati invalsi e le miracolose performance alla maturità, dicono che la scuola al Sud non ha saputo interpretare il suo ruolo di attore istituzionale del cambiamento della società meridionale

di Antonio Purpura

I dati Invalsi 2018 sulle competenze degli alunni dei diversi ordini della scuola italiana mostrano che, soprattutto per le scuole secondarie di secondo grado, gli studenti del Sud e delle Isole hanno performance nettamente al di sotto di quelle rilevate per le regioni del Nord.

Gli stessi dati Invalsi mostrano, ancora, una correlazione forte e significativa fra il livello di apprendimento degli studenti e le condizioni socio-economiche delle famiglie di appartenenza. Questi dati, tuttavia, mal si accordano con quelli che generano la classifica delle regioni italiane in base alla percentuale di studenti che hanno conseguito i voti più alti – 100 e 100 e lode – agli esami di maturità. Qui le gerarchie regionali miracolosamente si invertono! Delle otto regioni che registrano le percentuali più alte degli studenti con i massimi voti di maturità, ben sei sono del Sud (e fra queste la Sicilia), mentre le otto regioni che occupano la coda della classifica sono tutte del Nord.

Emblematicamente, la Calabria è in testa e la Lombardia in coda. Che ci sia una “questione meridionale” anche nella scuola italiana è di tutta evidenza. Essa, però, va oltre i termini consueti della correlazione dei divari di competenze con quelli delle condizioni socio-economiche delle famiglie. A ben vedere, c’è anche una “questione meridionale” che sta dentro l’istituzione scolastica. Il confronto dei dati Invalsi con quelli che segnalano le miracolose performance degli studenti del Sud agli esami di maturità, ci dicono che la scuola non ha saputo, o potuto, interpretare appieno il suo ruolo di attore istituzionale fondamentale del cambiamento della società meridionale.

Essa, non soltanto non riesce a trasferire competenze adeguate ai propri studenti, ma addirittura invia segnali perversi agli stessi studenti e alle famiglie, accedendo a una correzione “finale” dei risultati che vengono inopinatamente sbilanciati sui livelli massimali (100 e 100 e lode), ritenendo così di colmare con un maquillage finale le lacune di sostanza accumulate nel corso degli studi.

L’istituzione scolastica, dunque, anziché agire per aggredire e superare i nodi critici dello sviluppo che attengono alla qualità delle risorse umane, si adegua alla realtà sottosviluppata e ne asseconda le perverse tendenze. C’è ancora tanto da fare, al di là delle polemiche sulla “buona scuola”.