Nel cinquantenario della spedizione dei Mille, nel 1920, la città è un fiorire di celebrazioni…

di Salvatore Savoia

Maggio 1910. A Palermo. Nel cinquantenario della spedizione dei Mille, è un fiorire di celebrazioni. Grazie a una “Tessera speciale per facilitazioni e vantaggi durante il periodo dei festeggiamenti”, si offrono sconti su alberghi, ristoranti e persino degustazioni del “vero caffè del Brasile”, corse sui tapis roulant al Giardino Inglese o l’accesso ai nuovi cinematografi della società Lumiére-Edison.

Ma fu la “Grandiosa Gara d’Aviazione” voluta da Vincenzo Florio, in quello che sarebbe stato l’ultimo decennio di gloria della sua Casa, l’evento più clamoroso. Niente di simile dai tempi della mongolfiera levatasi alla fine del Settecento su Palazzo Butera. Il settimanale La Stampa sportiva commentò “Chi avrebbe mai pensato che a Palermo avremmo avuto una settimana di aviazione? Quando la notizia apparve sui programmi i più l’accolsero con indifferente incredulità”, mentre l’inglese Flight scrisse: “Un meeting per Palermo. Si riporta da Palermo che il Cavalier Vincenzo Florio ha annunciato la sua intenzione di organizzare un meeting di volo in quella città”.

La gara si svolse dall’1 al 7 maggio, in parallelo con la Targa Florio. Da qual­che anno, grazie anche ai contatti internazionali di Florio e di un gruppo di suoi amici aristocratici, Palermo era divenuta una delle capitali del turismo europeo, una sorta di Montecarlo o di Biarritz. Vincenzo era il minore dei fratelli dell’ultima generazione Florio. Si appassionava a ogni novità della tecnologia e dello sport, dal cinematografo alle automobili fino alla nascente arte del volo. Già nel 1907 aveva provato ad organizzare in Sicilia una gara di macchine da volo, senza riuscire però a trovare adesioni sufficienti. Ma era stato anche il terremoto del 1908 a Messina a far ritenere che vi fossero altre priorità.

Determinante al rilancio del progetto fu il contatto col giovane pilota pie­montese Clemente Ravetto – un nome che sarebbe presto divenuto un mito palermitano – che fu spedito da Florio nella fabbrica francese Voisin per acquistare uno dei nuovi diabolici aggeggi volanti. L’evento palermitano non sarebbe stato riconosciuto dalla nuova Federa­zione aeronautica internazionale, malgrado i grossi premi in denaro previsti: 50.000 lire per la massima quota raggiunta e 40.000 per la maggiore distanza percorsa. Nove furono gli equipaggi iscritti, e di essi sette erano francesi.

A Valdesi furono allestite tribune per il pubblico e attrezzati ristoranti per i visitatori. Purtroppo le condizioni metereologiche avverse compromisero il successo di pubblico dell’evento, che fece registrare incidenti anche gra­vi. Il Bleriot di Busson cadde tra il pubblico solo dopo mezzo giro, i piloti Rigal e Kinet furono costretti ad atterraggi di emergenza e perfino Ravetto, il favorito del pubblico locale, cadde a ridosso della folla, senza per fortuna provocare una strage. Vincitore fu dichiarato Luis Kulhing sul monoplano Bleriot, che raggiunse quattrocento metri di quota e percorse nove giri dell’aerodromo. Si parlò un pubblico di duecentomila persone, anche se i paganti furono molto meno, anche perché i più preferirono godersi lo spettacolo dall’esterno della recin­zione. Quanto a Ravetto, la sua prova si concluse con un atterraggio di fortuna, come ricorda una stele collocata in Piazza Caboto, a Mondello.

Poche settimane dopo l’avventura di Mondello, nel luglio del 1910 si svolse nei pressi di Reims la Deuxieme Semaine d’Aviation de la Champagne. È presumibile che l’eco della prima edizione del 1909 avesse spinto Florio a provarci anche lui. Delle avventure pionieristiche sulle macchine volanti furono in pochi a par­lare, e tra essi Francesco Vadalà in un suo recente volume, a scrivere. Una narrazione, la mia, legata alla recente scoperta di una cartolina da Reims con l’immagine di un velivolo dalla coda di drago. Fu Vincenzo Florio a inviarla a un aristocratico suo amico, uno di quelli che aveva condiviso con lui la follia di Mondello. Sulla foto Florio gli scrive di pugno “Ammiralo!”. Che impor­tava – ci permettiamo di commentare – il fiasco finanziario. Quell’incanto non poteva interrompersi.