Gran parte del lungo viaggio l’abbiamo fatto insieme: noi uomini (o quello che eravamo due milioni di anni prima di adesso) e la palma da datteri

di Giuseppe Barbera

Gran parte del lungo viaggio l’abbiamo fatto insieme: noi uomini (o quello che eravamo due milioni di anni prima di adesso) e la palma da datteri. Infine, sessantamila anni fa siamo arrivati sulle sponde del Mediterraneo, partiti dalle foreste tropicali dell’Africa orientale, nutrendoci di semi e frutti selva­tici e animali cacciati, durante una lentissima migrazione che ci ha portato a diventare bipedi, per guardare lontano e sfuggire alle belve in agguato, con un cervello voluminoso seppure, come è evidente, ancora male utilizzato.

La compagnia dei datteri nutrienti, ricchi di sali minerali e zuccherini, deliziosi da mangiare e facili da conservare, ha reso il viaggio più facile. Le palme che li producono sono state coltivate ai margini dei deserti, nelle oasi tra le sabbie, tra le pietraie purché un rivolo di acqua (ne basta pochissima per la straordinaria resistenza all’aridità) fosse, anche se in profondità, disponibile. Con le foglie si sono costruite capanne, intessuto funi e ceste, alzato recinti per proteggere gli animali, fermare il vento, rallentare l’avanzare delle dune. L’eleganza del fusto (attenzione a non chiamarlo tronco, quello è proprio degli alberi e le palme, osserverebbe un botanico pignolo, alberi non sono), in armonia con le foglie piumose e il grappolo dei datteri, ha fatto nasce­re innumerevoli poesie.

“Quanto sei bella, come sei graziosa, amore mio, delizia mia. Sei slanciata come una palma”, è scritto nel Cantico dei Cantici e un canto siciliano ricambia il complimento: “Longu e dilicateddu è stu pic­ciotto. Assumigghia ‘na parma di jardinu”. Le palme da datteri sono un invito all’incontro sessuale. I sessi infatti stanno su piante distinte. A fecondare le femminili ci pensa il vento o, mosso dalla necessità del produrre, l’uomo coltivatore che provvede al trasporto del polline. I bassorilievi assiri mostrano la pratica compiuta da sacerdoti. Avviene da tempi antichissimi, avvia la vita che nasce e contribuisce a spiegare il nome che diede al genere il botani­co greco Teofrasto: Phoenix, come l’uccello immortale che sempre risorge dalle ceneri. Il nome della specie, dactylifera, è invece opera dello svedese Linneo, “portatrice di datteri”.

Di fronte a così dichiarata manifestazione di fertilità si comprende il di­sappunto di chi la coltiva in Sicilia, ma non riesce a mangiarne i datteri. Succede per mancanza di sufficiente calore al momento della maturazione. Un tormento per gli arabi siciliani che non potevano concepire che in terra islamica non crescesse feconda, ma anche per i normanni che li seguirono: Federico II assegnò a ebrei che fece giungere dal Maghreb il palmeto della Favara. Fu ancora una volta un insuccesso e con maggiore fortuna seguirono viti e olivi.

A dispetto del punteruolo rosso, che continua a prediligere quelle atlantiche delle Canarie, si dovrebbe perseverare nel piantare le molto più resistenti palme da datteri. Speriamo che a Catania non facciano come a Palermo dove il lungomare di Mondello e della Cala è stato imbastardito da Washingtonie che, come chiarisce il nome, provengono dalla California e dall’Arizona. Alla Sicilia, per piacere, si lascino le piante africane e la bellezza che le ac­compagna nei giardini e nei viali o quando svettano solitarie nel paesaggio.