C’è la Palermo di palazzi, chiese e monumenti e poi ce n’è un’altra più nascosta e affascinante vista con gli occhi di grandi scrittori e poeti. Luoghi dove le vie diventano pagine di un romanzo

Ci sono tanti modi per conoscere le città, per entrarci in confidenza, ma ce n’è uno capace di moltiplicarne il fascino, perché alle trame già contenute nei luoghi ne aggiunge delle altre: quelle immaginate da grandi scrittori che di quei luoghi si sono nutriti, facendoli entrare tra le pagine dei loro romanzi. Palermo, come tutte le entità dotate di personalità, crea continuamente un’interazione con chi la osserva: respinge o accoglie, svela o nasconde, ispira o lascia indifferenti.

Si passa davanti al numero 161 di via Libertà e non si può fare a meno di pensare a Natalia Ginzburg. Ultima di cinque fratelli, nata il 14 luglio 1916 a Palermo, ha vissuto fino ai tre anni in quell’edificio che, secondo la vecchia numerazione, era al 101 di via Libertà. Il padre Giuseppe Levi – Natalia prenderà poi il cognome del marito, il grande Leone Ginzburg – era un importante scienziato triestino di origine ebraica ed era stato traferito all’Università di Palermo per insegnare Anatomia. La Ginzburg lo racconta nel suo libro più celebre, Lessico famigliare, sottolineando la nostalgia che sua madre Lidia Tanzi aveva della città al loro ritorno a Torino.

“M’immaginavo di soffrire anch’io della nostalgia di Palermo, come mia sorella e mia madre; e della spiaggia di Mondello, dove andavamo a fare i bagni. (…) Cullandomi nella nostalgia, o in una finzione di nostalgia, feci la prima poesia della mia vita, composta di soli due versi:“Palermino Palermino, /Sei più bello di Torino”. Chi ha letto Lessico famigliare, passando davanti all’edificio di via Libertà, non potrà fare a meno di rigirarsi in mente quella poesia accolta dai Levi come segno di una precoce vocazione poetica.

Da via Libertà al centro storico, scrigno di storie e spunti letterari di cui spesso si è nutrito Vincenzo Consolo, da Lo Spasimo di Palermo a Retablo. In quest’ultimo romanzo lo scrittore di Sant’Agata di Militello si lascia incantare dal prezioso decoro scultoreo realizzato da Giacomo Serpotta all’Oratorio di San Lorenzo, in via Immacolatella, trovando lì il volto della sua protagonista, Rosalia Guarnaccia. Bisogna scorrere le otto figure allegoriche di Virtù, fermarsi non appena si incontra la Verità che nel romanzo è Rosalia così come l’aveva plasmata il Serpotta cui la giovane palermitana aveva fatto da modella: “Era scalza e ignude avea le gambe, su fino alle cosce piene, dove una tunichetta trasparente saliva e si aggruppava maliziosa al centro del suo ventre, e su velava un seno e l’altro denudava, al pari delle spalle, delle braccia…Il viso era vago, beato, sorridente”. Per amore della bella Rosalia il povero frate Isidoro abbandona il saio e quando la vede in quella statua, dopo averla cercata “per vichi, per strade, per piazze del Borgo e della Kalsa”, si sente “mancare i sentimenti”, urla e si dispera tanto che viene riconosciuto dai padri del suo convento dove aveva rubato e portato alla Vicaria.

Proprio alla Vicaria fu giustiziata l’avvelenatrice Tofana D’Adamo descritta ne Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov come “estremamente popolare tra le napoletane giovani e graziose, e anche tra le abitanti di Palermo, e in particolare tra quelle che si erano stufate dei loro mariti”. Nel capitolo Il gran ballo di Sa­tana, la si incontra “magrolina, ritrosa” zoppicante, per via dello “strano stivale di legno alla gamba sinistra”, lo stivaletto rovente che gli inquisitori avevano usato per torturarla, “una larga fascia verde al collo” per coprire i segni dello strangolamento. La Vicaria non esiste più, al suo posto nel 1699 fu realizzato il palazzo della Regia Zecca poi adibito a uffici della Cassa di Risparmio e infine sede dell’Intendenza di Finanza. Il palazzo si trova in corso Vittorio Emanuele, di fronte a piazza Marina, oggi è abbandonato e forse per questo, nonostante non ci sia più nulla delle antiche carceri cittadine riesce a trasmetterne l’atmosfera. Sempre in corso Vittorio Emanuele, ad angolo con la pittoresca piazzetta Arezzo si trova la gioielleria Mercurio. Oggi ospita un negozio di bijoux che ne ha man­tenuto l’insegna storica. Lì Beatrice de Il berretto a sonagli di Pirandello, ordina a Ciampa di comprare una collana “…una bella collana. Sapete come? A pendagli. Andate da Mercurio, che è il nostro gioielliere”.

Alla Martorana – la chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio in piazza Bellini – si sono sposati donna Amalia e don Vincente “con una festa nuziale che rimase poi fra le leggende di Palermo”, scrive Elsa Morante nel suo racconto Donna Amalia contenuto ne Lo scialle andaluso. E chi ha letto il grande poeta e slavista Angelo Maria Ripellino non può guardare quella chiesa senza immaginare la lunga fune da lui vagheggiata che “si tende dalla Martorana alla cupola del San Nicola di Praga” e che mette insieme le meraviglie del barocco siciliano con le lezioni dei moderni lirici slavi, tedeschi, francesi. Ripellino aveva lasciato da giovanissimo Palermo ma non dimenticò mai “i dolci comprati alla ruota del monastero”, come un tempo si faceva e “l’acqua d’inverno che splende sui limoni”.

Così come un altro grande poeta non dimenticherà mai l’isola palermitana di Ustica. Il messi­cano Octavio Paz, premio Nobel per la letteratura nel 1990 – un anno prima, nel 1989, gli era stato conferito il premio Mondello – ha visitato più volte la Sicilia, ma è a Ustica che dedica una poesia. Ogni bagno dagli scogli dell’isola palermitana avrà allora il sapore di quei versi “Rocce color zolfo,/ Alte pietre austere. / Tu sei al mio fianco/ I tuoi pensieri sono neri e dorati/ Se allungassi la mano/ Taglierei un grappolo di verità intatte…”. E poi ancora Gesualdo Bufalino, Leonardo Sciascia, Domenico Campana e molti altri scrittori si affacciano con le loro parole da angoli inaspettati della città e i loro libri diventano strade da percorrere. Del resto, come scrive Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere “Come puoi vivere senza conoscere Palermo?”.