Da impiegato in un’agenzia di viaggi a proprietario della terza catena alberghiera italiana. Storia di Antonio Mangia, che ha cominciato riempiendo charter di turisti e che ora combatte per un progetto nelle sue Madonie

di Ettore Giglio

Nel suo ufficio, sui muri sono appese soltanto due carte geografiche: una anti-ca della Sicilia e della Sardegna e una più moderna del mondo. “I mobili e le poltrone – dice – sono gli stessi da decenni, perché se punti sulla qualità le cose durano”. Gli occhi celesti, lo sguardo vivace. Antonio Mangia è un self made man, un uomo che si è fatto da sé. Un caso rarissimo in Sicilia. Dal niente ha creato la terza catena alberghiera d’Italia.

Un ragazzo che ha lasciato Geraci Siculo a dodici anni e che oggi che di anni ne ha settantasette può vantarsi di “chiudere ogni anno il bilancio in attivo” sin dall’anno di fondazione della sua azienda, l’Aeroviaggi. Ovvero dal 1973: 45 anni. Un patriarca che ha inserito in azienda i quattro figli e una nipote. Ha iniziato con un’agenzia di viaggio, adesso il fatturato dell’azienda è arrivato a 92 milioni di euro con quattordici villaggi turistici tra Sicilia e Sardegna. Quella carta sul muro assume un altro significato.

“Il primo viaggio – esordisce – l’ho organizzato nel 1974. Ho noleggiato un aereo Dc8 da 155 posti per una vacanza di quindici giorni in Asia e Giappone. L’ho riempito di imprenditori palermitani e delle loro famiglie. Ricordo che il sin­daco di Nagoya venne ad accoglierci alla stazione. Avevo lasciato la Cit, dove da impiegato ero arrivato a direttore, per mettermi in proprio. Con quel viaggio guadagnai tredici milioni di lire, ovvero quello che avevo calcolato fosse il budget per un intero anno. Da allora non mi sono mai fermato”.

Lei fui tra i primi a puntare sui voli charter, i low cost di una volta… “C’erano i monopoli delle compagnie di bandiera:Alitalia,Air France. Feci degli studi di mercato e verificai che il mercato francese non era sviluppato. Sono partito con la mia valigetta a Parigi e ho iniziato a noleggiare charter, offrendo ai francesi pacchetti con volo più albergo che costavano il cinquanta per cento in meno del mercato. E funziona ancora, nonostante i low cost. Il venerdì è il giorno dei nostri voli. Questa è stata la mia prima innovazione”.

Poteva accontentarsi ma poi ha iniziato a comprare alberghi…
“Non ero contento della loro rigidità. Se i turisti arrivavano dopo le dieci di sera non era possibile aprire il ristorante, se partivano alle sette non c’era la colazione. Così ho iniziato a gestire alberghi direttamente. La terza innovazione è stata una logica conseguenza: invece di pagare un affitto li compro.Abbiamo puntato su alberghi in disuso, come i quattro hotel di Sciacca della Sitas o il villaggio di Brucoli. Lo stesso in Sardegna con il Marmorata beach che era in liquidazione coatta. E facciamo così ancora oggi: abbiamo comprato e riaperto  il villaggio di Pollina ex Valtur e quest’anno faremo lo stesso con  l’Himera Beach a Campofeli­ce. Tutto questo grazie ai finanziamenti delle banche che ci hanno dato fiducia”.

Niente soldi pubblici?
“Mai. Niente rapporti con la politica e attenzione nell’operare in Sicilia. Se vedo qualcosa che non va mi allontano, anche a costo di perdere dei soldi”.

Lei vuole aprire anche uno stabilimento termale a Geraci Siculo…
“Le faccio vedere il video del progetto. È tutto pronto, ma non riesco a ottenere dalla Regione la concessione di una delle diciannove sorgenti che esistono. Ho costituito una pubblica company con 250 soci che hanno sottoscritto il capita­le. Nessuno è profeta in patria ma spero ancora di riuscirci. Certo sono passati sette anni”.

Cos’è un imprenditore?
“Qualcosa di simile al poeta. Le terme a Geraci non le faccio per i soldi ma per realizzare le cose, per voglia di fare. Costruire cose belle e positive. La Sicilia è povera perché ci sono poche imprese. La Regione è un peso per  i siciliani, uno svantaggio. E il politico è nelle mani di burocrati che bloccano tutto. C’è poca attenzione per le imprese. Per esempio a Sciacca i costi del ritiro immondizia sono raddoppiati. I miei alberghi pagano trecentomila euro all’anno di tassa ri­fiuti. E poi ci sono anche i soldi della tassa di soggiorno. Il ritiro dell’immondizia funziona male e il Comune non riesce neanche ad aggiustare i due chilometri di strada che portano agli alberghi”.

Eppure lei è rimasto in Sicilia.
“Il posto dove si nasce e si cresce resta il più bello. Le mie vacanze le faccio ogni anno a Geraci Siculo. Amo la vita semplice”.

Cosa consiglierebbe a un giovane siciliano che vuol dedicarsi al turismo?
“Di fare impresa. Anche se attorno non c’è una cultura che ti stimola in questa direzione”.

Come vede il turismo in Sicilia?
“La Sicilia è una terra bellissima ma gli alberghi sono pochi e così gli imprendi­tori sono scoraggiati dalla burocrazia. Non c’è la cultura per cui impresa significa ricchezza del territorio. A Pollina abbiamo dato lavoro a cento persone, all’Hi­mera saranno ottanta. Per Pollina abbiamo fatto un investimento di venticinque milioni.Adesso viaggia sul tutto esaurito e porta quasi quattro milioni all’anno”.

Per chiudere mostra un documento di decine e decine di pagine: Manuale delle procedure alberghiere. “Questo l’ho scritto io. Contiene i compiti e la filosofia che un direttore di un nostro albergo deve seguire. Non deve occuparsi di que­stioni economiche, dagli acquisti alle forniture pensiamo noi da Palermo. Ogni giorno alle 15 posso vedere sul computer quanto un  mio albergo ha speso per il pranzo, con parametri che vanno rispettati.Il direttore, invece, deve occuparsi del benessere dei clienti. Ha successo non quando saluta i clienti ma quando sono i clienti a salutare lui”.