Tra le colline di Bagheria, Federico Marino ha ricominciato a produrre la pianta che non si coltivava più da oltre 150 anni. Obbiettivo: realizzare finalmente un sigaro tutto siciliano

di Antonio Schembri

Il primo atto è lo scartamento dell’involucro di cellophane. Poi c’è il taglio, che deve essere secco e preciso ed eseguito con forbici o l’apposita ghigliottina a doppia lama, sulla “capa”, l’estremità del viluppo cilindrico di foglie di tabacco destinata al contatto con le labbra. A seguire, l’accensione da attivare sul cosid­detto piede, l’altra estremità: momento fatale da gestire ruotandola lentamente appena sopra la fiamma che arde da un buon accendino a butano o da un fiam­mifero, rigorosamente in legno per non alterare alcun sapore. Lo scopo è formare con la combustione un piccolo e omogeneo braciere.

Una volta ottenuto, quello è il momento giusto per cominciare la fumata, evitando di inalare la dispersione gassosa fino ai polmoni ma facendola voluttuosamente sostare tra lingua e palato, per assaggiarla come fosse cibo di qualità, prima di soffiarla fuori in dense volute. Altro universo rispetto al consumo di sigarette del tabagista dipendente da ni­cotina: quello del sigaro non è un vizio, ma un autentico piacere. Un rituale degustativo fatto di gesti lenti. Da concedersi in placida solitudine o con la giusta compagnia, magari lubrificando quegli attimi di relax con liquori all’altezza, rum o scotch, grappa o cognac, per assaporare dal tabacco sensazioni di terra e cuoio con i primi “puff”, destinate a trasformarsi con i successivi in altri sentori, più dolci o più sapidi.

Icona d’eleganza, il sigaro. Simbolo di passione, potere, tradizione, nonché di narcisismo e prepotenza. Nella bocca del Che e di John Kennedy, come tra i denti di Hemingway e di Freud e tra le labbra di Orson Welles. Eccellenza agricola caraibica, con Cuba a determinarne il mito nel periodo a cavallo tra il regime di Batista e la rivoluzione di Fidel Castro con le gloriose tipologie dei Cohiba, dei Montecristo e dei Romeo y Julieta.

Una produzione, quella attiva tra l’Avana, Pinar del Rio e Viñales oggi ridotta però ai volumi di nicchia delle locali aziende, costrette a cedere il passo nel mercato internazionale a quelle, di pari se non ormai di superiore eccellenza (anche perché la loro materia prima proviene da sementi cubane), espresse dalla produzione ta­bacchiera delle antistanti terreferme centramericane, come Nicaragua, Honduras e Costa Rica. Luoghi dove le piantagioni di tabacco prosperano in ragione del suolo vulcanico, del sole forte e delle piogge copiose. E, inevitabilmente, grazie a cospicui incentivi statali.

Una tradizione che non è però solo appannaggio esclusivo del Tropico.Anche nel sud dell’Europa la coltivazione del tabacco, seppur con dimensioni minimali al confronto, ha avuto la sua storia. In particolare in Sicilia, dove si è a lungo prodotto quello da fiutare triturato, soprattutto come rimedio terapeutico contro stati in­fluenzali. Un’attività durata secoli fino all’inizio dell’Unità d’Italia, a seguito della quale la politica agricola nazionale cominciò ad assegnare le singole produzioni alle regioni in base alle specifiche caratteristiche territoriali. Fu così che alla Sicilia toccò quella del frumento, cosicché le coltivazioni di tabacco vennero azzerate. Oggi, a più di 150 anni da quello stop, c’è chi sta realizzando un ponte con quella tradizione, riavviando la produzione per alla realizzazione di sigari made in Sicily. Patron dell’iniziativa è Federico Marino, cultore del sigaro che vende nel suo Habanos Point, tabaccheria palermitana con cinquant’anni di attività e da cinque anche coltivatore della pianta risalente alle civiltà precolombiane.

Una passione, la sua, attestata da corsi di catador – il sommellier del sigaro – compiuti oltre che a Cuba e in Nicaragua, anche a Santo Domingo, negli anni ’50 del secolo scorso diventata terra d’elezione della produzione tabacchiera, nei cui latifondi l’ebreo­ucraino Zino Davidoff e tanti altri produttori attivi a Cuba trasferirono le proprie fazendas a seguito dell’embargo americano per contrastare la rivoluzione castrista. Oggi Marino si appresta a realizzare il suo sogno a quindici chilometri da Palermo con la cooperativa agricola La Campagnola, che coltiva il tabacco su un fondo di due ettari nel territorio urbano tra Bagheria e Santa Flavia. A supportarlo sul piano manageriale e tecnico sono Claudio Sgroi e Giancarlo Guzzo, agronomo e coltivatore del Nord Est, considerato il guru del tabacco italico.

“La nostra avventura comincia nel 2014 qualche chilometro più a est, a Cerda, nei pressi di Termini Imerese – racconta Marino -. Su un terreno di dodici ettari abbiamo cominciato a coltivare due varietà,la Kentucky,una delle più adoperate al mondo per la produzione di sigari e, in quantità più ridotte, la Burley, più vocata al ripieno delle sigarette e alle miscele per la pipa”. In mancanza di aziende manifatturiere siciliane del tabacco, la produzione della compagnia agricola siciliana è sempre stata destinata alla vendita a produttori del nord; in particolare la Mosi (Moderno opificio del sigaro italiano), in Veneto. Dopo aver temporaneamente lasciato a riposare il terreno di Cerda, con l’avvio dello sfruttamento di quello bagherese per Marino e compagni lo scenario si evolve.

“A fine 2018 – continua l’imprenditore – uno dei più importanti produttori nica­raguensi, Victor Calvo, è arrivato per un sopralluogo nella nostra aziendina e ha deciso di acquistare la nostra intera produzione 2019”. Il progetto è importante: realizzare un sigaro italo-nicaraguense, che tra qualche mese la nuova cordata commercializzerà con il marchio Nicita, acronimo, appunto, di Nicaragua e Italia. La lavorazione dei sigari – spiega Marino – avverrà negli stabilimenti di Calvo a Estellì, nel paese centramericano.

Uno step importante, che in questo esperimento imprenditoriale dallo spiccato valore culturale attesta la scelta precisa di puntare sulla qualità. “Nei primi due anni di produzione nel terreno di Cerda il nostro risultato annuale si è attestato sui 1.400 chili.A Bagheria,date anche le dimensioni molto più piccole del terreno, l’abbiamo ridotto a non più di una tonnellata annua e su questa linea per adesso intendiamo continuare perché i risultati lasciano ben sperare”. Uno, in effetti, è già all’attivo. Ovvero un sigaro made in Sicily già registrato al monopolio di stato e in commercio con il marchio FM, le iniziali di Marino. Si tratta del Fevirogi, anche questo un acronimo costruito con i nomi dei familiari dell’imprenditore: un blend prodotto totalmente a mano in Nicaragua ma con il tabacco di Sicilia. La progettualità della cooperativa panormita non si ferma. E punta decisa al futuro.“In collaborazione con la facoltà di Agraria dell’ateneo di Palermo stiamo infatti portando avanti una ricerca per ottenere una pianta di tabacco totalmente autoctona siciliana”.

I tempi saranno lunghi e occorreranno finanziamenti. Ma il terreno commerciale è fertile, visto che il consumo di sigari in Italia viaggia con un tasso annuo di crescita superiore al 20 per cento, stando ai dati del 2018.“Un riscontro praticamente replicato nel mercato siciliano – puntualizza Carlo Riggio, titolare dell’omonima storica tabaccheria palermitana specializzata nella vendita di sigari da tutto il mondo, a cominciare da quelli cubani. Come nel resto d’Italia, anche nella nostra regione le preferenze si orientano verso il sigaro toscano, che in Italia domina consumi con oltre il 90 per cento delle vendite. Ma la clientela mostra crescente interesse verso le tipologie internazionali. E soprattutto verso le novità e esperimenti come quello del sigaro Made in Sicily potrebbero aprire interessanti canali commerciali”.

Del resto, conclude Riggio,“ormai l’approccio al fumo si sta trasformando in una attività mossa solo dal piacere di praticarla, e nella crescente consapevolezza di un consumo limitato e attento perché sempre di nicotina si tratta.Un rito edonistico, quello del sigaro, che non a caso fa registrare evidenti aumenti dei consumi anche da parte della clientela femminile”. In attesa di sviluppi l’attività di Federico Marino continua la sua marcia. E farne corollario è la massima di Mark Twain: “Se in paradiso non posso fumare sigari, non ci andrò”.