Il “pizzo” siciliano è noto nel mondo quasi quanto la “pizza” napoletana. Non altrettanto note le organizzazioni (come “Addiopizzo” e “Libera”) che offrono un’accoglienza turistica esente dalla sovrat­tassa del “racket”

di Augusto Cavadi

Il “pizzo” siciliano è noto nel mondo quasi quanto la “pizza” napoletana. Non altrettanto note le organizzazioni (come “Addiopizzo” e “Libera”) che offrono un’accoglienza turistica esente dalla sovrat­tassa del “racket”. Grazie alla loro azione di sostegno, si va moltiplicando il numero degli imprenditori che si rivolgono alle autorità giudiziarie per ottenere protezione dai ricatti mafiosi. Questa ribellione alla dittatura delle cosche, per quanto ancora insufficiente, si va manife­stando in misura crescente: ed è giusto che, anche fuori dai confini della nostra isola, si sappia che il numero dei malavitosi è bilanciato dal numero dei cittadini onesti che, se necessario, mettono in gioco la propria stessa vita pur di salvare la dignità e la libertà d’impresa.

Sì, è giusto: infatti la resistenza civile contro la crimina­lità organizzata ha dei prezzi che non tutti conoscono. Per fortuna, nella maggior parte dei casi si tratta di prezzi accettabili da pagare: i mafiosi, infatti, come tutti i delinquenti, sono tendenzialmente vigliacchi e quando capiscono che un commerciante o un industriale si rivolge alla polizia evitano di insistere nella richiesta estorsiva.

Qualche volta, però, la storia non va così linearmente. Alcuni imprendi­tori sono stati uccisi per essersi rifiutati di pagare il pizzo e altri, avendo testimoniato in tribunale contro gli estortori, hanno dovuto cambiare ­insieme ai familiari -identità, luogo di residenza, attività lavorativa. Come racconta in varie occasioni uno dei primissimi protagonisti di questa reazione eroica, Nino Miceli, si tratta di affrontare situazioni pesanti e qualche volta grottesche.

Infatti l’opinione pubblica (talora perfino esponenti delle forze dell’or­dine e delle istituzioni statali) confonde due categorie sociali differenti, anzi opposte: i “testimoni di giustizia” (cittadini integerrimi che, con la propria testimonianza, contribuiscono alla condanna dei mafiosi) e i “collaboratori di giustizia” (mafiosi i quali – o per un effettivo “penti­mento” o più spesso per un calcolo di convenienza – decidono di uscire dalle organizzazioni criminali e, per ottenere l’alleggerimento delle pene, di “collaborare” con lo Stato che per tanti anni hanno combattuto). Se almeno – dentro e fuori dalla Sicilia – si evitasse ai nostri migliori concit­tadini l’imbarazzo dell’equivoco!